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Serata al Blue Note


Qualche sera fa, sono stata al Tempio milanese del Jazz, grazie alla vincita di due biglietti con una semplice telefonata a Nick The NightFly  conduttore del programma “MonteCarlo Nights”, su RadioMonteCarlo.
Non ho mai vinto niente ma questa volta posso dire che la fortuna  mi ha baciato.
E che serata! La tromba di Paolo Fresu

e il piano di Omar Sosa (la sciarpa era bellissima)!!

La fusione di due isolani (Paolo Fresu è sardo e  Omar Sosa è cubano) ha creato un vincente mix di jazz, musica cubana, Africa e world music. Mediterraneo e Caraibi.
Una serata di energia, poesia e spiritualità, musica elettronica e jazz ha identificato questa loro avventura nata quasi per caso, otto anni fa, in occasione del Festival che tutti gli anni Paolo Fresu organizza a Berchidda, in provincia di Olbia-Tempio.
Quell’incontro ha suggellato un’amicizia profonda e l’inizio di una comunione artistica che non si è più fermata.

Il nuovo disco è Alma, un album che conferma  la poesia e la sintonia che scaturisce dai due artisti quando suonano insieme. Osservarli intensamente mentre suonavano dava la sensazione della complicità e della grande intesa stabilita tra loro che si riconosceva dai sorrisi ammiccanti che si scambiavano, come se, nonostante la distanza sul  palco, ballassero insieme.

Il Blue Note di Milano è chic, è comodo e, pur essendo grande, dà la possibilità di godere di una buona visone e di un’ottima acustica da qualsiasi angolo.
Il Blue Note di New York, nonostante la grande fama e l’indiscusso fascino che suscita, è piccolo, sempre affollato e, se non si ha la fortuna di acquistare dei biglietti davanti al palco, non offre né un’ottima acustica né una buona visione e si rischia anche di stare in piedi.
L’ultima volta eravamo appollaiati al bancone del bar da dove non si vedeva il palco.
Per chi passa da Milano, e ama il jazz, il Blue Note è una meta imperdibile, specialmente da quando ha chiuso il mitico “Capolinea“, storico tempio del jazz milanese.

RadioMonteCarlo è la radio ufficiale del Blue Note e ogni giovedì, dopo le 22:00, trasmette la diretta dal locale.


Intervista a Nina Zilli

Nell’atmosfera un po’ rarefatta dell’auditorium della FNAC di Milano, Nina Zilli ha tenuto  15 giorni fa, uno show case per il lancio del nuovo CD “L’amore é femmina” che contiene la freschissima performance di Sanremo “Per sempre” .


Quale occasione migliore della ricorrenza dell’8 marzo per pubblicare questa intervista?
Tantissima gente, soprattutto giovani che, rispetto alle atmosfere retrò amate dall’artista, sono una piacevole sorpresa.

In formazione acustica, voce e pianoforte, Nina ci ha regalato momenti molto intensi e ha dato prova di una raffinata potenza vocale. E non é così consueto trovare un tale equilibrio tra potenza e raffinatezza. Molte cantanti moderne, tra le quali anche la vincitrice del festival di Sanremo, confondono la potenza con il volume e il risultato che ottengono é urlare.
Nina Zilli è nome d’arte. Nina in onore della grande Nina Simone e Zilli è il cognome della mamma.

Di te hai detto, in una recente intervista, che sei laureata in “stronzologia”.
Seriamente, sappiamo che sei laureata allo IULM, in Relazioni Pubbliche.
Dacci, quindi, una lettura sociologica di Sanremo.

Sanremo é veramente un’ esperienza fortissima per chiunque. É un vero schiaffo. In un contesto completamente diverso da quello che si vede in TV. É un teatro piccolissimo, un palco microscopico ma queste caratteristiche sono anche il suo punto di forza.
Infatti ti sembra di essere letteralmente immersa nell’orchestra, una sensazione difficile da provare altrove, e il pubblico ti sembra sistemato su di una parete verticale davanti a te.

Il resto é follia pirotecnica. Ti dico solo che per gli artisti ci sono solo cinque camerini, quindi ti lascio immaginare il turbinio di volti, voci e colori. Il vero miracolo é che funziona tutto. Io ho condiviso gli spazi con i Marlene Kuntz e con i Matia Bazar ma in generale tra tutti gli artisti c’era un bel clima di collaborazione.

Anche con le altre ragazze in gara c’é stata un’atmosfera soprattutto di divertimento. Tra tutte mi posso considerare la vincitrice immorale di Sanremo!

Stasera presenti il tuo nuovo disco, prodotto da  Michele  Canova. Cosa ci puoi dire?

É un lavoro bello, a cui tengo molto e la collaborazione con Canova ha prodotto qualcosa di originale e dalla qualità degli arrangiamenti molto elevata.

Pensa che tra i due la vecchia sono io!

Io ho curato in particolare gli arrangiamenti soul e R&B, mentre lui ha aggiunto l’elettronica.

Tra poco comincerà anche il nuovo tour per il nuovo disco. Sei contenta di partire?

Un casino! In tour ci divertiamo tantissimo, suoniamo la melodica e cantiamo i cori alpini. Poi ogni concerto é una festa, anche perché suoniamo in una dimensione che ci fa stare molto vicini al pubblico.

Domanda scontata ma mirata: progetti per il prossimo futuro?

Eh, eh! Lo sapevo… Sí, in TV con Giorgio Panariello. Sembra strano vero? Eppure lui mi ha chiamata, mi ha raccontato del progetto di fare delle serate modello “Studio Uno” o “Canzonissima” e mi ha detto: “Voglio che tu venga a fare Mina per me”.

Dapprima ho capito che dovevo imitare Mina, poi mi ha spiegato meglio il progetto e ho accettato con entusiasmo perché si tratterà di affiancarlo, esattamente come faceva Mina con Walter Chiari, con Celentano o altri artisti di quegli anni. Saranno quattro puntate di lunedì (come Fiorello) su Canale 5 a partire dal 5 marzo. Sarà stupendo, con la grande orchestra di Micalizzi dal vivo. Hai presente? Quello delle colonne sonore dei film degli anni settanta tipo “Milano violenta”… Molto funky!

Perché hai intitolato il disco “L’amore é femmina”? In un clima di politically correct non rischia di passare un messaggio diverso dell’ambivalenza dell’amore?

Ma no! É un gioco. Del resto da Catullo a Ramazzotti d’amore ne parlano solo gli uomini.

Mi piaceva questo gusto un po’ retro della affermazione e poi nel titolo c’é il maschile e il femminile: amore é maschile, femmina é femminile!

Sarà per la pettinatura con cui ti sei presentata a Sanremo, ma molti hanno letto un segno di un tuo omaggio ad Amy Winehouse.

Amy é stata grandissima! Ha puntato il faro su Detroit e Memphis e dobbiamo dirle grazie perché il soul senza di lei non sarebbe esploso.

In realtà, però, cantiamo in modo molto diverso anche se i riferimenti sono comuni: Otis Redding e la Motown.

Una delle canzoni del tuo ultimo album l’ha scritta Carmen Consoli. Chi ha scelto chi?

Non poteva mancare un segno della cantantessa, con cui sono molto amica. É stato facilissimo: le ho mandato via web un provino in inglese e lei lo ha restituito in un batter d’occhio in italiano con un testo originale. Si capisce al volo la differenza tra il suo testo e i miei… Grandissima!

Va di gran moda il duetto. Sanremo ha dedicato una serata ai duetti italiani e una ai duetti stranieri. Con chi ti piacerebbe cantare? Canteresti anche con la Pausini?

Per carità, non sono per ghettizzare la musica! A me va bene reinterpretare qualunque cosa. La Pausini poi ha una voce veramente bella e potente. L’ho vista in uno speciale su SKY dove interpretava standard jazz e blues. Be’ ti posso assicurare che la Pausini che canta jazz é impressionante!

Sei stata scelta dalla giuria speciale per rappresentare l’Italia a Eurovision. Sei contenta?

Sono onorata! Veramente! Non se ne sa molto, ma Eurovision é una manifestazione importantissima in Europa, é seguita da milioni di persone.

Ma il mio sogno resta quello di lavorare in TV con due amici, non posso dirti chi. Ti dico solo due amici musicisti della TV…

Alla fine Nina ci ha regalato due perle, per salutarci: ” Per sempre” e “50mila”.

Grazie Nina e stay soul!

Dedicato a Nina Zilli: Chet Baker in “Almost blue” e un mazzo di mimose della mia terrazza ligure.


Intervista a MarthaJ, cantante jazz

Ho conosciuto MarthaJ  di persona, alcuni anni fa, grazie a conoscenze comuni ma non ci siamo mai frequentate e mai più  incontrate.
La conoscevo come cantante di un genere che non incontra il mio gusto ma, sapendo che avrebbe partecipato al festival di Sanremo la seguii in TV. In fondo era una persona che conoscevo e mi faceva piacere dedicarle tempo. Nonostante il contesto, apprezzai la sua voce, certa che potesse sviluppare timbri più vicini ai canoni da me apprezzati.
Il caso, anche questa volta, mi è venuto incontro e mi ha fatto ritrovare MartaJ, di persona, a pochi metri da casa mia. La piacevole sorpresa è stata scoprirla nel firmamento jazz genere che, come noto, accompagna la mia vita e che, purtroppo,  in Italia è ancora di nicchia. Per intenditori…….
Le ho chiesto, quindi, se fosse disponibile a un’intervista per il mio blog.
Quando e come hai incontrato la musica?
Fina da piccolissima (2 o 3 anni) la musica mi ha sempre interessato, rubavo a mio padre i 45 giri di Fred Buscaglione per metterli nel mio mangiadischi. Credo anche di aver cantato da sempre: la mia maestra delle elementari conservava una cassetta in cui c’ero io che cantavo.
Circa in terza elementare ho iniziato lo studio della chitarra classica, che ho lasciato dopo un anno circa: l’insegnante disse a mia madre di non mandarmi più a lezione perché secondo lui io non ero portata per la musica.
Io però ho continuato a suonare la chitarra per conto mio: alle scuole medie ho avuto una botta di Beatles-mania (credo che venga a molti da ragazzini, una specie di morbillo!) e sapevo suonare e cantare tutte (ma proprio tutte!) le loro canzoni. A tredici anni, cantavo con degli amici sulla spiaggia e uno mi ha detto: “Ma lo sai che tu canti come Joni Mitchell?”. Io non sapevo chi fosse e ho cercato i dischi di questa cantante canadese, di cui mi sono innamorata subito. Anche di lei, ho imparato a cantare e a suonare tutte (quasi) le sue canzoni!
Nel frattempo, ho iniziato a conoscere anche altri cantautori americani: Bob Dylan, James Taylor, Tom Waits… E più avanti ho conosciuto il jazz: il primo disco di jazz che ho sentito era un live di Ella Fitzgerald al festival di Montreaux. Sono rimasta folgorata e da allora il jazz non è più uscito dalla mia vita.
Vieni da una famiglia di musicisti?
No, nessuno in casa mia suona strumenti musicali. Però è una famiglia “musicale”: mia mamma ha costantemente la radio accesa e mio padre ha sempre amato la musica e spesso cantava, anzi cantavamo tutti insieme.
So che nel nostro paese vivere di Jazz è difficile. Canti solo jazz o hai dovuto accettare qualche piccolo compromesso, tradendo il jazz?
In Italia vivere di qualsiasi genere di musica è difficile! Se pensi che la paga minima sindacale è di 40,62 euro lordi (il netto è 32,50 euro)… questa paga si riferisce anche a musicisti che suonano in orchestra (diplomati in conservatorio ecc ecc), sia per gli spettacoli che per le prove. Fa ridere, vero?
Comunque tornando a noi: in passato ho avuto l’occasione di registrare album per delle major (PDU/EMI) e di partecipare a festival importanti (o meglio, di grande visibilità) e il repertorio ovviamente doveva rispecchiare le richieste della casa discografica.
Non è stato semplice, anche perché io credo di non essere affatto capace di cantare bene il pop italiano. Soprattutto non è stato semplice cercare di essere quello che non sono, ma tutti mi dicevano che era un’occasione da non perdere, che poi le cose sarebbero cambiate, che in ogni caso ne valeva la pena eccetera eccetera.
In effetti qualche risultato c’è anche stato, anche se non eclatante, ma sempre di più il mondo della musica pop mi stava stretto, quindi ho mollato tutto: ho rotto tutti i contratti e addio per sempre! Così sono diventata un’artista indipendente. E devo dire che sono contenta: ho avuto moltissimi riconoscimenti, nonostante i budget risicati e la mancanza di un’organizzazione che sostiene il mio lavoro (booking manager e ufficio stampa, per esempio).
Sara Vaughan, Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Nina Simone, Diana Krall, Patrizia Laquidara, Simona Molinari……..Qual è la tua musa ispiratrice?
Devo dire che i miei riferimenti sono sempre stati rivolti al passato, quindi Billie Holiday ed Ella Fitzgerald principalmente. Quando ho iniziato a cantare jazz, ho studiato moltissimo, più di tutti gli altri, il modo di cantare di Chet Baker. Ho ascoltato anche molto Nat King Cole.
Per l’improvvisazione, non mi baso su quello che fanno i cantanti (a parte Ella Fitzgerald!), ma sulla improvvisazione di musicisti (ad esempio, ancora Chet Baker): infatti ho studiato e studio improvvisazione con un sassofonista (e non con un insegnante di canto).

Che tipo di orchestrazione preferisci per la tua musica? 
Mi piacciono sia le atmosfere delicate del duo voce e piano, sia quelle più robuste del quartetto. Dal vivo, propongo la mia musica sia in duo (voce e piano), con un Acoustic trio (voce, piano e contrabbasso), con un ElekTrio (voce, tastiere e batteria) e ovviamente anche con il quartetto.
Per ora il quartetto ha rappresentato lo sfondo più utilizzato per i miei album: il primo cd con gli standard jazz (“That’s It!”) era in quartetto: Francesco Chebat, piano – Roberto Piccolo, contrabbasso – Stefano Bertoli, batteria.
Era il 2008 e avevamo prenotato la sala d’incisione per tre giorni. Dopo un giorno e mezzo avevamo già registrato tutti i brani del cd, così siamo rimasti in sala io e Francesco e abbiamo fatto un altro cd, piano e voce, che è uscito contemporaneamente a That’s it” e si chiama “No One But You”.
Le critiche sono state molto favorevoli e questo ha spinto me e Francesco a scrivere 11 brani per un nuovo cd: “Dance Your Way to Heaven” che è uscito nel 2010, sempre con il quartetto.
Il prossimo Febbraio/Marzo sarà disponibile un nuovo album: “Harlem Nocturne”, dedicato ancora agli standard del jazz, questa volta arrangiati secondo il nostro stile e sempre eseguiti in quartetto.

Il fenomeno Amy Winehouse ha portato un po’ di jazz e R&B nel pop. Cosa ne pensi?
Penso che era bravissima, che alcuni suoi brani sono da manuale e che rimarrà un’icona indimenticabile della storia della musica.
E’ incredibile perché se ascolti i suoi cd (non l’ultimo uscito postumo, che mi sembra un po’ così così) non c’è davvero niente di innovativo: ogni brano propone un clichè musicale del mondo R&B, ma così ben fatto e cantato con così tanta originalità che il successo è stato meritato. Impossibile copiarla!
Giovanni Allevi racconta, nel suo libro “La musica nella testa”, di aver bussato al Blue Note di New York fino a che non lo hanno fatto esibire. Pensi che in Italia possa funzionare?
Boh! non ho mai bussato al Blue Note: ci provo e ti faccio sapere!
Secondo me questa di Allevi (come tante altre sue frasi e come anche la sua musica) è una bella trovata che fa colpo, ma non è reale. Non serve a nulla fare una serata in un locale importante, se non hai alle spalle la qualità della musica che proponi, il talento, il lavoro e la fatica… e anche un’organizzazione che promuove efficacemente la tua musica nei canali giusti, l’ocasione di farti sentire anche in radio, eccetera eccetera.
Insomma, una serata al Blue Note non cambia la vita! :)
Quali sono i tuoi hobby?
Non ho molto tempo per gli hobby. Leggere può essere considerato un hobby? Leggo tantissimo, romanzi principalmente. Sono stra-fan di Stefano Benni, Daniel Pennac, Fred Vargas… e mille altri che non mi vengono in mente ora.
Una cosa a cui non rinuncio MAI è il mio appuntamento settimanale con lo yoga.
Io sono vegan, per motivi etici. Che tipo di cucina apprezzi?.
Io mangio un po’ di tutto, non seguo una dieta particolare. Mangio pochissima carne, molta frutta e verdura e pasta. Adoro le minestre e la polenta (anche d’estate) e la pizza!
Con il mio lavoro, sono spesso in giro e ho l’occasione di assaggiare piatti diversi, spesso tipici dei luoghi dove mi trovo e questa cosa di assaggiare, provare, sperimentare gusti nuovi mi piace molto.
Non amo i dolci, mi piace il vino, specie rosso e specie quello del nostro nord-est (vini veneti e del trentino). Adoro lo champagne, ma, visto che da qualche tempo abito in zona, sto iniziando ad apprezzare il nostro prosecco.
Non so se riuscirei a seguire una dieta vegan: forse riuscirei a rinunciare a carne e pesce (che già mangio raramente), ma non so se riuscirei a fare a meno di uova e formaggio per esempio.
Grazie MarthaJ!  GO JAZZ!!
Naturalmente sto ascoltando  MarthaJ in The never ending dance.
Per chi vuole scoprire la discografia di MarthaJ, clicchi QUI

Serendipity


Ne sentii parlare per la prima volta durante i miei studi universitari.
Ne rimasi subito calamitata e affascinata anche perché nell’interpretazione e nel significato di quel termine mi ci sono subito riconosciuta.
Rappresenta il pensiero e la vita nomadi che non mi abbandonano mai.
E’ cavalcare l’onda lasciandosi trasportare ma è anche osservare il surfista.

Serendipity è un nome coniato dallo scrittore Horace Walpole che  lo scoprì leggendo la fiaba di Cristoforo Armeno “I tre principi di Serendippo”.
La fiaba è bellissima e merita un’attenta lettura. Ed è pure divertente.
Narra il viaggio di tre principi che descrivono situazioni e vicende non vissute ma che, attraverso l’osservazione, il caso e l’intuito  riescono a far credere (e convincere) di aver vissuto.
Serendipity è trovare cose che non si stavano cercando. E’ percorrere un viaggio senza schemi, lasciandosi abbandonare all’imprevisto, al caso, al fascino del mistero.
E’ aprirsi al nuovo, assecondare l’avventura, la capacità di osservare e di ascoltare.
E’ l’apertura verso i cambiamenti e gli atteggiamenti, con la giusta audacia, senza paura.
E’ sbagliare strada senza sentirsi smarrito e scoprire cose interessanti e importanti nel nuovo cammino. E farne tesoro.
Julius  H. Comroe, ricercatore americano, disse che “Serendipity is looking in a haystack for a needle and discovering a farmer’s daughter” (1976) - Serendipity è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino.

E  questa immagine, grazie alla sua originalità,  è estremamente esplicativa.

Ho notato tanti locali con il nome suggestivo di  Serendipity. Chissà se evocano lo stesso significato.
C’è persino una gelateria, qui a New York, che fa un tipo di gelato da 1000 dollari (proprio mille dollari).
Pare sia  fatto con la polvere d’oro. Un vero gioiello….
Andrò nei prossimi giorni a curiosare, senza assaggiare il gelato, ovviamente, e  scriverò qualche osservazione, se merita che vi dedichi del tempo.

Oggi la mia insegnante di lettere, al liceo, avrebbe compiuto 90 anni. Oltre a essere stata una donna di grande sapienza e immensa cultura aveva le doti dei grandi: l’umiltà.
Se ne è andata nel 2006. Ciao Prof.!
A lei devo la mia passione per le lettere e per la storia della lingua italiana.

Sto ascoltando un musicista jazz antipatico e scontroso ma geniale e irresistibile.
Da un gigante del jazz si accetta tutto. Keith Jarrett in “The Koln concert

PS: le foto le ho scattate a Maui nel febbraio scorso.


Per Amy il giorno del suo compleanno

Oggi Amy  Winehouse avrebbe compiuto 28 anni.
Sto ascoltando i Pink Floyd, in “Wish you were here


Return to forever IV

“New York is the center of universe”  così Lenny White, newyorchese doc, ha concluso la sua presentazione al concerto – evento a cui abbiamo avuto la fortuna di assistere sabato sera.

Sicuramente si riferiva alla scena musicale, scelta dai “Return to Forever IV” (RTF-IV) per la partenza del loro nuovo tour mondiale, per celebrare la reunion del mitico gruppo fusion degli anni 70.

Certo, ogni tanto ci soffermiamo a riflettere sul fatto che amiamo in particolare la musica nata in quegli anni, e anche qualche anno prima…, ma concludiamo che, a parte le nostre personali ragioni anagrafiche, quella stagione è stata la più vivace dal punto di vista sociale e musicale.

RTF è un gruppo nato nel 1971, fondato da Chick Corea (pianista oggi settantenne) con altri mostri sacri provenienti dal mondo del jazz e che si proponeva appunto di innovare il jazz standard attraverso la contaminazione con nuovi strumenti elettrici ed elettronici, nonché con sonorità e ritmi provenienti in particolare dal Sudamerica.

Della prima formazione fecero parte Stanley Clark al basso, Airto Moreira batteria e percussioni, Joe Farrell sax soprano e flauto e la voce cristallina di Flora Purim.

Sabato sera della formazione originale c’erano solo Chick Corea e Stanley Clark, in forma strepitosa, ha giganteggiato (non solo perché è alto quasi due metri).
        

Poi Lenny White alla batteria, Frank Gambale alla chitarra e Jean Luc Ponty al violino.

Devo dire che l’electric jazz non è in cima ai miei generi preferiti ma il concerto è stato veramente adrenalinico e consiglio a tutti di intercettare, se possibile, un data del tour mondiale.

Era vietato fare foto e riprendere, ho trovato però su YouTube questa clip del concerto di Sidney che è quella che si avvicina di più (la formazione era la stessa):http://www.youtube.com/watch?v=F9fxAiLK9bc&feature=related.

Ormai la diffusione degli smartphone rende inutili questi divieti e ciò che ne risente è soprattutto la qualità, purtroppo.

Per la cronaca, ma solo per quella, ho l’obbligo di riportare che il concerto dei RTF è stato preceduto da “Zappa plays Zappa” un concerto di Dweezil Zappa, figlio del compianto Frank, che ha suonato musiche del padre.

Io consideravo e considero tuttora Frank Zappa un simpatico pazzo, mentre Seb lo considera “il più grande compositore del ‘900”.

Si era sciroppato da giovane trasferte incredibili per andare ai suoi concerti in mezza Europa.

Quindi la citazione  è solo un segno di rispetto verso il mio maritino che era, incredibilmente, visivamente emozionato…boh?!

Devo ammettere però che hanno suonato bene, in una formazione un po’ complessa con vibrafonista, tastierista, due fiati (una donna al sax, viva le donne musiciste!), batteria, basso e due chitarre.

E ora qualche nota sociologica, come di consueto.

Intanto ho avuto l’ennesima conferma che i soldi spesi per uno spettacolo negli Stati Uniti sono sempre ben spesi.

Abbiamo assistito a un’ infinità di spettacoli e concerti in giro per il mondo, in primis in Italia ovviamente, ma la qualità di ogni genere di spettacoli negli States è altissima.

Abbiamo acquistato i biglietti più economici, adatti alle nostre tasche un po’ tartassate ultimamente, e ci siamo seduti nella seconda balconata dicendoci: “vabbè, l’importante è ascoltare…”.

Invece la visuale era ottima e, soprattutto, l’acustica eccellente perché erano installati diffusori e ripetitori ovunque, anche sospesi al soffitto del teatro proprio di fronte a noi.

Al Blue Note, per fare un esempio, c’erano diffusori anche nei bagni!

Le band non si sono risparmiate, Zappa ha suonato un’ora e un quarto e RTF per più di due ore; entrati in teatro alle 8, ne siamo usciti a mezzanotte!

La cosa che amo di più è la totale informalità del pubblico americano che va a teatro con lo spirito di chi va a fruire di una rappresentazione e ci va per divertirsi, non per apparire o sfilare. Tutti in piedi a ballare, giovani e vecchi, tutti un po’ bambini ‘sti americani.

L’altro elemento che apprezzo tantissimo è l’organizzazione: si va in un paese straniero, in un luogo sconosciuto (che sia il Madison, un teatro, uno stadio) e si è seguiti e accompagnati al proprio posto senza dover piroettare tra i corridoi smarrendosi.

E questo avviene per qualunque genere di spettacolo, dalla serissima performance teatrale allo sgarrupato concerto nello stadio.

In settimana vorremmo andare a vedere un musical a Broadway approfittando degli sconti del 50% che si hanno acquistando il biglietto in giornata o per la matinée presso  questi due sportelli.
A quello del South Street Seaport il tempo di attesa è dimezzato, rispetto a quello di  Times square.

In cartellone ci sono decine di spettacoli, non abbiamo ancora deciso. A presto!!



Sunday vegan brunch

Oggi giornata rilassante, a casa, ascoltando Dave Matthews band  dall’iPad.
Ecco Dave in un simpatico video in “Funny the way it is“.  In America la Dave Matthews band è molto conosciuta e nonostante sia una jam band di elevato pregio musicale che fonde rock alternativo con blues e jazz, in Italia è pressoché sconosciuta nonostante abbia un attivo fan club che per molto tempo ho seguito anch’io.
Ieri, Seb e io, avevamo pensato di farci un bel brunch domenicale in uno dei tantissimi ristoranti veg o veg friendly di New York. Poi mi son detta che, con 7 libri di cucina veg in casa, tra cui uno proprio dedicato al brunch (vedi foto di apertura), anche con una fantasia limitata, avrei potuto almeno copiare.
Questo il menu (le ricette scritte in grassetto blu le pubblicherò prossimamente)

  • yogurt di soia con fragole e mix di frutta secca (per Seb)
  • frullato di fragole (per me)
  • french toast con salsa di mele (ricetta dalla VegNews letter di agosto 2011)
  • chorizo sausage (ricetta dal libro in foto)
  • pepper Jack cheez  (ricetta da The ultimate uncheese cookbook di Jo Stepaniak)
  • pomodori e insalata romana alla salsa di peanut butter
  • tè verde
  • caffè americano alla nocciola

Ecco le  foto:


Yogurt di soia con fragole e mix di frutta secca e frullato di fragola. Tè verde (la tovaglietta americana è frutto di un riciclo, di cui parlerò in un prossimo post)


French toast con salsa di mele

La tavola imbandita

Il piatto forte:  chorizo sausage e pepper Jack cheez con insalata romana e pomodori alla salsa di peanut butter

I chorizo sausage

Il pepper Jack cheez

Ci siamo alzati da tavola leggeri ma soddisfatti. Il pomeriggio l’abbiamo dedicato alla scoperta di mercatini delle pulci. Martedì, con un’automobile in affitto andremo a Newport, cittadina a 170 miglia da New York, nello stato del Rhode Island,  per un paio di giorni di relax, mare, belle barche da vedere. A presto!


Serata al Blue Note


Per festeggiare il nostro anniversario alla grande  non poteva mancare una serata Jazz al Blue Note, tempio del Jazz. Siamo stati molte volte anche al Blue Note di Milano ad ascoltare grandi musicisti ma qui è un’altra cosa.
L’aria che si respira qui, l’atmosfera di questo piccolo club è unica.
Concerto di McCoy Tyner (piano), Ravi Coltrane (sax) e Gary Bartz (sax).
Ecco un pezzo del concerto.
Purtroppo siamo stati in piedi, dopo una coda sul marciapiede di un’ora, perché la serata era di grande richiamo ma ne è valsa la pena.

Il Jazz ascoltato dal vivo è nella sua propria dimensione perché, essendo una musica di improvvisazione, le note sgorgano direttamente dall’anima dei musicisti.
Ogni concerto ha una sua unicità irripetibile, come un’opera d’arte.
Ricordo, una ventina di anni fa, la coda di due ore sul marciapiede  davanti alla Preservation Hall di New Orleans. I piedi erano gonfi e doloranti, un caldo insopportabile, un’umidità da paura ma l’emozione di quella serata, seduti per terra, sotto i musicisti, è un ricordo incancellabile.
La Preservation Hall è un locale di New Orleans dove i musicisti più attivi della scena dixie, tutte le sere reinterpretano gli standard del Jazz che proprio a New Orleans vide la luce.

Ravi Coltrane

McCoy Tyner

Gary Bartz

Il Blue Note di New York (la foto è mia)


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