Sono una vegana intollerante!

Dunque, ricapitolando…..

“Ma io mangio pochissima carne”

“Io sono un onnivoro convinto e rispetto i vegani. Pretendo lo stesso rispetto”

“Non sopporto i vegani che  mi guardano nel piatto e mi accusano di essere un assassino”

“Non sopporto i vegani integralisti”

“Non sopporto i vegani violenti”

E la lista delle frasi banali, conformiste, insopportabilmente becere, potrebbe continuare.

Io, invece, non ne posso più di chi sputa queste sentenze mentre, nel frattempo, gli animali continuano a crepare, a soffrire, a condurre una vita non dignitosa,  oltre che ridotta rispetto alla loro speranza di vita. Non ne posso più di questi idioti che si fissano sui vegani intolleranti, sui vegani talebani, sui vegani violenti e, per ripicca verso la “categoria”, continuano a nutrirsi di morte anziché focalizzarsi sul reale problema. Sulla distruzione del pianeta, sul dolore inutile e intenso che provocano a delle creature indifese.

No, non sono tollerante. Non uso violenza né verbale né tantomeno fisica, non punto il dito e non auguro la morte a nessuno.

Mi limito a fare la mia parte. Continuerò a essere vegana etica e – a volte in silenzio che, spesso, é più eloquente delle parole –  privare di ogni stima chi  alimenta la crudeltà anche in una sola forma: mangiando animali e derivati, vestendosi con prodotti animali, andando al circo, allo zoo, nei delfinari, negli acquari e/o portarci i bambini.

Perché non ci sono più scuse e gli animali non possono aspettare ancora.

 

Ascoltando Nina Simone in My way 


Sognare fa bene alla salute….

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Sognare è sano e fa bene alla salute.  Lasciarsi andare in qualche sogno frivolo e leggero fa bene.

Il sogno più ricorrente che faccio – a occhi aperti – è quello relativo al luogo dove mi piacerebbe vivere.
E il cuore – ma anche la mente – mi porta sempre là, nella città più bella, più affascinante, più emozionante, più turbolenta e vibrante: New York.
Io amo l’America e mi piace visitarla ma non potrei mai viverci, al di fuori di New York (in subordine, Venice beach, in California🙂  )
New York è cultura, novità, arte, musica, fermento, laboratori d’arte, di musica, artisti di strada, improvvisazioni, contraddizioni, creatività, etnie, cibi da tutto il mondo.

E’ anche parchi, musei, teatri, gallerie d’arte.

New York scoppia di vita e di stravaganze, di colori, di suoni, di eventi, di stranezze, di nuove scoperte.

Ti senti nascosto e, nello stesso tempo, esposto.
Nel 2011 ho vissuto per lungo tempo a New York. Abitavo ad  Alphabet city, all’East Village. Non è un quartiere per turisti e questo mi faceva sentire newyorkese ed era eccitantissimo. Prendevo l’autobus sotto casa per andare al mio corso di orafo. Uscivo con la travel mug fumante di caffè.

Purtroppo a causa della gentrification i quartieri si sono snaturati ma è possibile trovare ancora segreti  e tesori nascosti.
La prima volta che misi piede a New York era il 1987. Ricordo come fosse oggi lo stupore, l’eccitazione, mi sentivo in un film.

La prima cosa che mi colpì fu l’inconfondibile skyline e subito dopo furono i vapori che uscivano dai tombini sulla strada. Un fenomeno che ho visto solo a New York. Ricordi nitidi, fissi nella memoria. Ricordo i profumi di cibo per strada, non sempre profumi delicati e ricordo un odore acre di margarina fritta che usciva da certi locali invadendo l’aria e rendendola irrespirabile.

Le passeggiate a Central Park, le soste di ore in libreria seduta per terra a sfogliare libri alla Barnes&Noble di Union Square, il caffè di Starbucks e l’aria condizionata a manetta. Quella era terribile!

Ecco, questo è il mio sogno, uno dei tanti. Vivere a New York.
Perché New York non è l’America. Nell’altra America, non potrei mai vivere. Sto nella mia Milano che, sotto sotto, è una piccola New York.
E’ proprio di tre giorni fa un articolo sul Corriere, anzi un’intervista a una ricercatrice di New York che ha deciso di venire a vivere a Milano e far crescere qui suo figlio. Perché “Milano è come New York ma a misura più umana”.
Bene, se la ricercatrice ha la casa libera a New York, io mi offro…..

Ascoltando Leaving New York (never easy….) dei R.E.M

 

 


Lo stomaco nella testa….

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Non so se succede solo a me o se sono particolarmente vulnerabile al tema per…..deformazione professionale ma il fenomeno è davvero dilagante e  inquietante e, direi, inarrestabile.
Mi riferisco al numero esponenziale di persone che vivono il cibo come un’ossessione, un elemento da cui difendersi, da selezionare, da valutare. E mi riferisco solo ai vegani salutisti che sono assolutisti.
No zucchero, no glutine, no  olio, no solanacee, no noci, no farro, no pesche, no soia, no questo, no quello ma potrei continuare all’infinito aggiungendo all’elenco ulteriori ingredienti per le intolleranze (vere o presunte) o le teorie più bislacche.
Per dirla con il Sommo Poeta nascono nuovi tormenti e nuovi tormentati e, guarda caso,  siamo proprio nel terzo cerchio dove vengono puniti i golosi

Insomma, questo fanatismo salutista lo trovo insopportabile oltre che psicologicamente dannoso e tossico. Ma perché questa visione egocentrica?

Ma non si può avere con il cibo il giusto equilibrio, una sana leggerezza pur avendo cura della propria salute?

Da vegana etica faccio veramente fatica a calarmi nella testa di un vegano salutista,  travolto da una malsana spirale ossessiva.
Una mia cara amica vegana mi diceva, giorni fa, che è meglio essere ossessionati dal cibo (in funzione della salute)  e vivi piuttosto che noncuranti della salute e defunti.

Certo, meglio essere vivi che morti ma ancor meglio sarebbe essere vivi ed equilibrati e avere con il cibo un approccio meno maniacale, ossessivo, opprimente e morboso ma più critico e con un adeguato distacco.

Un approccio più equilibrato e critico con il cibo consentirebbe a questi rigidi-maniaci-della salute  di vivere le proprie relazioni e gli incontri conviviali in modo più sano.

 

Ho impulsi di ribellione verso i vegani salutisti, gli intolleranti, i vegani modaioli, i seguaci del guru, del nutrizionista di successo.

Mi ribello alle teorie apparentemente miracolose e salvavita che, nel giro di pochi anni vengono sconfessate da altre teorie che a loro volta verranno confutate e così all’infinito.

Teorie a favore, teorie contro. Non se ne può più.

David Bowie – Rebel Rebel è il pezzo che ci vuole…

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Il tempo che mi resta….

E’ da tempo che mi soffermo a pensare, non senza una certa inquietudine e paura, al tempo che mi resta da vivere. Al poco tempo, aggiungerei. Al poco tempo in salute e indipendenza aggiungerei ulteriormente.
Ho toccato con mano la lunga malattia e la sofferenza di mia madre, per quattro anni totalmente dipendente. In tutto e per tutto. Dipendente dai farmaci, dai parenti, dalla badante, dagli ausili e dai presidi più sofisticati e tecnologici (il deambulatore, il sollevatore elettrico, il materasso antidecubito, la sedia a rotelle), vittima della malattia che la affliggeva. Creatura totalmente indifesa e vulnerabile.
Ripensando a quegli anni disperati, alla sua dignità  perduta –  e che solo la morte le ha restituito – all’annientamento del sé, sono arrivata alla conclusione che sarò io a decidere quando andarmene.
Il dilemma non è il quando ma il come…..
Vivere significa essere felici ma anche essere tristi, avere delle relazioni o decidere di sospenderle, prendere delle decisioni, discutere dialetticamente, amare, desiderare, essere infastiditi, aver voglia di leggere, di andare a un concerto, di decidere cosa mettere nella borsa della spesa, cosa cucinare, come vestirsi, dove fare le vacanze, chi frequentare o chi non frequentare, chi mandare a quel paese e tanto altro ancora.
Mia madre per quattro lunghi anni non è stata in grado di fare nulla di tutto questo, nemmeno le cose più elementari.
Io me ne voglio andare il giorno in cui avrò la percezione che una sola cosa che ho fatto fino a quel momento non sarò più in grado di farla.

Ora ascolto, abbandonando i pensieri, Sonny Rollins in My One and only Love


Salsiccia speziata in salsa di pomodorini ciliegini

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Rieccomi con un’altra ricetta. Domani la servirò a colazione al mio B&B.
Chissà se sarà apprezzata…. Domani ci saranno clienti norvegesi, britannici e tedeschi, abituati al salato di primo mattino. E tutti vegani!   Una soddisfazione indescrivibile.

Ingredienti (per 4 salsicce)
50 grammi di granulare di soia
120 ml di brodo vegetale
qualche goccia di  liquid smoke
75 grammi di preparato per seitan
1 cucchiaino raso di cipolla in polvere
uno spicchio di aglio fresco grattugiato
2 cucchiai di lievito alimentare
1 peperoncino secco, sbriciolato
1 cucchiaino di semi di finocchio ridotti in polvere
Sale e pepe

Preparazione
In un pentolino versare il brodo e il liquid smoke e portare a bollore.  Versare il granulare di soia, mescolare e coprire per un quarto d’ora.

Disporre il composto in una ciotola, aggiungere il preparato per seitan e tutti gli altri ingredienti.
Mescolare molto bene con le mani in modo che tutti gli ingredienti siano ben amalgamati.
Formare 4 palline da adagiare  al centro di altrettanti fogli di alluminio.
Con le mani dare una forma allungata a ciascuna pallina da avvolgere nel foglio di alluminio chiuso alle estremità come una caramella.

Accendere il forno a 200°C – Disporre le salsicce avvolte nell’alluminio in una teglia da forno – Cuocere per 35 minuti. Fare raffreddare le salsicce prima di rimuoverle dall’alluminio.

Ingredienti per la salsa
400 grammi pomodorini ciliegino
2 cucchiaini di olio evo
mezzo cucchiaino di chipotle (sostituire con paprica dolce)
sale

Preparazione
In una padella versare l’olio evo e i pomodorini tagliati a piccoli pezzi. Cuocere per 15 minuti mescolando di tanto in tanto. Aggiungere il chipotle (o la paprica dolce). Adagiare le salsicce tagliate a metà.
Coprire e lasciare cuocere per altri 10 minuti.
Servire con riso integrale, cous cous o patate lessate (in inverno anche con polenta).

Gustare lasciandosi rapire da Miles Davis in “Time after time”

 

 


Vegan street food: wraps agli spinaci

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Li ho sempre visti nei bar, belli gonfi e invitanti ma non ne ho mai trovato uno che fosse vegan.
Di conseguenza e, direi, necessariamente, non li ho mai acquistati. Ho deciso di provare a farli, sperimentando una ricetta che, con piacere, condivido.

INGREDIENTI per 4 wraps da circa 30 cm di diametro.

Wraps
240 grammi di farina di frumento integrale
2 tsp sale fino
1 TBSP olio extravergine di oliva
50 ml di acqua
100 gr spinaci surgelati, cotti, ben strizzati e frullati

Farcitura
4 TBSP tahin (o hummus di ceci, in alternativa)
8 foglie di lattuga
2 carote tagliate in 4 strisce
4 spicchi di avocado
sale
pepe

PREPARAZIONE:

In una ciotola versare la farina setacciata, il sale, l’olio, l’acqua e gli spinaci. Impastare bene e lasciar riposare l’impasto – coperto con una pellicola – per mezz’ora.
Riprendere l’impasto, lavorarlo ancora per qualche minuto e, successivamente, dividerlo in quattro porzioni.
Infarinare un piano di lavoro e, con il matterello, stendere ogni porzione dandole una forma rotonda.
Scaldare una padella in ferro o, ancora meglio, il classico testo romagnolo (sconsiglio le padelle antiaderenti perché, se surriscaldate vuote, rilasciano sostanze tossiche).
Cuocere ogni wrap a fuoco medio, due minuti per lato.
Per ammorbidirli, facilitandone l’arrotolamento, avvolgere i wrap già cotti in uno strofinaccio umido e in un foglio di alluminio.
Disporli sulla griglia del forno caldo a 100°C per 5-6 minuti.
Spalmare su ogni wrap 1 TBSP di tahin (o hummus di ceci), disporre 2 foglie di lattuga aperte, 1 striscia di carota e uno spicchio di avocado. Salare, pepare. Avvolgere il wrap ben stretto e gustare!!
Naturalmente, si possono farcire con quello che la fantasia suggerisce: strisce di tofu, seitan, funghi, peperoni e chi più ne ha più ne metta.

Ascoltando un grande Miles Davis in “I fall in love too easily”, il wrap è delizioso. Se si accompagna con una birra vegan……è l’estasi.

 


Quando le parole pesano…

Il senso dell’umorismo non mi manca, riesco a coglierlo quasi sempre.
Mi piacciono i cazzari, chi ha la battuta facile e pronta, i giocherelloni.
Mi piace chi mi fa ridere, chi sa ironizzare e chi fa autoironia.
Ma non amo una verità furbescamente o inavvertitamente (e, voglio pensare in buona fede) fatta passare – a posteriori –  come una battuta di spirito, come una goliardata.
Specie in periodi come questo per me, di totale fragilità, di autostima vacillante, di solitudine interiore, di voglia di cambiare, di progettare, di frequentare gente migliore di me.  No, certe battute no. Le battute devono far ridere o sorridere, non mortificare.
Lo stile è  come il coraggio di don Abbondio: chi non ce l’ha non se lo può dare.

Ascoltando Dave Matthews Band in Crash into me