Una voce autorevole ha detto di noi

Ascoltando Coleman Hawkins e il suo sax…

Con rinnovata commozione ripropongo un articolo che Grazia Cacciola, raffinata autrice, giornalista e blogger di erbaviola.com, ha scritto di noi. Se aggiungessi parole rischierei di rovinare tutto.

I ringraziamenti devono essere urlati! E io sto urlando: GRAZIE!!

La Casota Vegan, la scelta d’amore di Titti e Seb

La Casota Vegan, la scelta d’amore di Titti e Seb

Alcuni dei miei lettori conoscono già Titti, sia per sentieri che si incrociano online sia perché tempo fa abbiamo organizzato un’edizione del corso Cambio vita, mi reinvento proprio alla Casota. In quell’occasione io diedi due avvisi ai partecipanti prima che arrivassero: attenzione che con la colazione di Titti si va via rotolando, è tutto buonissimo, e… guardate Titti e Sebastiano perché loro hanno fatto davvero tanti cambiamenti e realizzato questo B&B lasciando un lavoro da dipendenti.


La stabilità è la condizione migliore. Anzi no.

Primo episodio (ascoltando John Coltrane in “My Favorite Things)

Un tempo – molti anni fa – per far fronte a una serie di ineluttabili responsabilità familiari, vedevo nella stabilità – soprattutto economica ma anche logistica – la soluzione ai problemi che erano diventati una costante ossessione.
La soluzione che mi avrebbe fatto trovare la luce dopo lunghi periodi di buio dovuto all’incertezza, ritenevo fosse il posto fisso e una casa di proprietà. La stabilità assoluta. La beatitudine.
Quando dopo anni raggiunsi le desiderate condizioni, inseguite per molto tempo, la nube nera e tossica che mi perseguitava, si dissolse magicamente. Finalmente riuscivo a pianificare la mia vita, fare progetti, fare acquisti, viaggiare. Mi sentivo invincibile e appagata.
E così fu per anni.
Finché, quasi all’impovvso, la nuvola tossica che mi aveva tormentato per l’instabilità, ormai alle mie spalle da tempo, cominciò a farsi sentire ancora. Qual era il problema? La stabilità, che vivevo come una gabbia.
Tutto mi stava stretto e insopportabile: gli avvenimenti – sempre gli stessi – con la stessa ricorrenza, sempre uguali a partire dalla sveglia al mattino, il badge da timbrare, la ricerca delle chiavi (lasciate in posti diversi), le riunioni, le pause, il ritorno a casa, ecc. ecc.

L’unico guizzo, come una boccata di ossigeno, era l’organizzazione faidate delle vacanze con mio marito, sempre low-cost, in luoghi lontani e affascinanti per cultura e natura. Finite le vacanze, sempre lunghe ma mai abbastanza, il rientro alla quotidianità era come un pugno nello stomaco, sempre più insopportabile.
Un giorno, dopo mesi di riflessioni e un anno sabbatico trascorso in buona parte a New York, ero certa che l’unica soluzione possibile fosse quella di ritrovare la libertà liberandomi dai guinzagli cui sono stata costretta per anni. Come? Dando le dimissioni dal posto fisso e uscire dalla gabbia. La libertà valeva più di qualunque altra condizione, anche della sicurezza economica.
Volevo lavorare con mio marito in assoluta autonomia e leggerezza. Fu così che nacque l’idea di aprire un B&B nella casa dei miei nonni, sul Lago di Garda. Ovviamente vegano, come noi.

Ma ora, con mio marito, ci sono altri progetti in cantiere….

Continua….



La vita è troppo breve….

….. per non viverla a tempo pieno, intensamente e facendo cose che piacciono, che lasciano un segno forte e positivo, che danno un senso alla vita, all’idea di non averla sprecata ma vissuta attimo per attimo, in profondità.
Ho un’inarrestabile voglia di fare progetti, di reinventarmi, di pensare al futuro anche se il mio futuro è minimo rispetto al passato, al tempo vissuto. Ma dovessi vivere anche solo un giorno, non vorrei sprecarlo.

Ho fatto scelte coraggiose – per alcuni imprudenti e dissennate – come quella di licenziarmi dal posto fisso, garantito, sicuro, intoccabile. Ne parlo qui.

Per fare cosa? Per realizzare un sogno che conservavo da anni: quello di lavorare con mio marito.

Stanca della routine di lavoro ma anche di alcune storture e compromessi che non volevo accettare né subire, ho deciso di ridare vita alla casa dei miei nonni e aprire un B&B vegan. Finalmente libera da vincoli, senza servi e senza padroni.
E’ stata – e per il momento lo è ancora – un’avventura meravigliosa anche se molto impegnativa.
Purtroppo la situazione sanitaria mondiale, incerta e drammatica, ha reso tutto più difficile e complicato dove non è più possibile fare programmi lavorativi e tutto è destabilizzato.

E’ giunta, quindi, l’ora, di pensare e concretizzare nuovi progetti o progetti accantonati e assopiti.

Per ora ascolto “Sì viaggiare” di Lucio Battisti. 🙂



Sull’amicizia

Immagine da Internet

Parlando di amicizia, credo che il pensiero corra, impropriamente, ai Social. Il termine amicizia ha un significato profondo maldestramente ridotto alla banalità dell’uso quotidiano. Purtroppo la rete pullula di Social, nati per soddisfare l’ossessivo desiderio di comunicare e condividere, spesso in modo dissennato.
Si pubblicano foto, spesso di scarsa qualità, in modo compulsivo, si raccontano episodi tragicomici della propria vita, spesso romanzati ma verosimili, che interessano solo a chi li scrive anche se chi li legge lascia commenti affettuosi, positivi, il più delle volte falsi.

Oggi avendo a portata di mano la facile possibilità di comunicare al mondo in ogni momento, non ha che reso il livello dei contenuti estremamente basso. Si comunicano banalità, insulsaggini, fiacchi tentativi di varia mediocrità.

Sempre connessi, sempre pronti con i polpastrelli a picchiare su una tastiera, in modo maniacale, compulsivo.

Oggi quello che conta è il numero degli amici o, meglio, dei follower ed è una gara a chi ne ha di più. Se ne hai poche decine sei uno sfigato.

Io ho una gran voglia di amici veri, ho voglia di liberare l’anima e aprire i rubinetti del pensiero con chi mi ascolta con autentico interesse e affetto. Ho bisogno di coinvolgimento sincero da parte delle persone che amo non da parte di sconosciuti sempre connessi.

E ora ascolto McCoy Tyner, ricordandomi di quando, a New York, lo ascoltai dal vivo al Blue Note. E ancora oggi un brivido mi corre lungo la schiena.





Ho fretta…

Devo ringraziare Gilda – un’amica fortunatamente ritrovata, dopo qualche anno – che qualche giorno fa mi ha inviato questa poesia. Le sono infinitamente grata e le rinnovo il mio affetto crescente e il mio affettuoso e costante pensiero.
Nessun altro, meglio di Mario de Andrade, poteva esprimere l’inquietudine e il tormento di chi vede il tempo fuggire. Ho fretta, non ho tempo da perdere. Mi restano poche caramelle…

LA MIA ANIMA HA FRETTA

Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti di quanto non ne abbia già vissuto.
Mi sento come quel bambino che ha vinto una confezione di caramelle e le prime le ha mangiate velocemente, ma quando si è accorto che ne rimanevano poche ha iniziato ad assaporarle con calma.
Ormai non ho tempo per riunioni interminabili, dove si discute di statuti, norme, procedure e regole interne, sapendo che non si combinerà niente.
Ormai non ho tempo per sopportare persone assurde che nonostante la loro età anagrafica, non sono cresciute.
Ormai non ho tempo per trattare con la mediocrità.

Non voglio esserci in riunioni dove sfilano persone gonfie di ego.
Non tollero i manipolatori e gli opportunisti.

Mi danno fastidio gli invidiosi, che cercano di screditare quelli più capaci, per appropriarsi dei loro posti, talenti e risultati.
Odio, se mi capita di assistere, i difetti che genera la lotta per un incarico maestoso. Le persone non discutono di contenuti, a malapena dei titoli.
Il mio tempo è troppo scarso per discutere di titoli.
Voglio l’essenza, la mia anima ha fretta…
Senza troppe caramelle nella confezione…
Voglio vivere accanto a della gente umana, molto umana.
Che sappia sorridere dei propri errori.
Che non si gonfi di vittorie.
Che non si consideri eletta, prima ancora di esserlo.
Che non sfugga alle proprie responsabilità.
Che difenda la dignità umana e che desideri soltanto essere dalla parte della verità e l’onestà.
L’essenziale è ciò che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta.
Voglio circondarmi di gente che sappia arrivare al cuore delle persone…
Gente alla quale i duri colpi della vita, hanno insegnato a crescere con sottili tocchi nell’anima.
Sì… ho fretta… di vivere con intensità, che solo la maturità mi può dare.
Pretendo di non sprecare nemmeno una caramella di quelle che mi rimangono.
Sono sicuro che saranno più squisite di quelle che ho mangiato finora.
Il mio obiettivo è arrivare alla fine soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia coscienza.

Mario de Andrade – poeta brasiliano 1893 – 1945


Soundtrack: John Coltrane “My favorite things”


Abbracciando la luna

 

Nel segreto del silenzio e nelle fusa della notte guardo la luna e cerco di abbracciarla mentre mi sussurra che non esistono ingiustizie .

Luna bugiarda.

Notte insonne, la mente è alimentata da pensieri confusi mentre ascolto

Dave Matthews Band in You and Me

 

 


Giocare con le parole, giocare con Milano

Ascoltando Sonny Rollins in Freedom suite, penso a quanto mi sia sempre divertita a giocare con le parole, con gli anagrammi, i palindromi e tutto quanto la nostra bella lingua ci offre. Ultimamente mi diverto a creare acronimi da parole che non sono acronimi in sé ma sono nomi o termini a senso compiuto. Una dozzina di anni fa scopersi che l’anagramma, anzi, gli anagrammi del mio cognome erano Libertà e Tribale. Una scoperta sbalorditiva e calzante.

Se Milano, la mia città, fosse un acronimo, che parole celerebbe dietro quelle iniziali?

M

troppo facile e ovvio: Madonnina! Ma Milano è anche

Misteriosa, Malinconica, Moderna, Multicultrale , Musicale, Modaiola

I

Innovativa, Internazionale, Inclusiva, Interessante, Intraprendente

L

Liquorosa, Liberale

A

Accogliente, Avveniristica, Affabile, Autonoma, Antica, Artistica

N

Nuova, Navigabile (Naviglio), Narcisista, Naif

O

Ordinata, Organizzata, Operosa


Rieccomi, con la recensione di un bel libro

E’ da più di un anno che non scrivo e, a dire il vero, avevo deciso di abbandonare del tutto questo blog perché calamitata dall’arena dei social, più immediati, più fruibili e più semplici da utilizzare.

Ma ora vorrei riprendere a scrivere qui dove mi sento meno esposta, più protetta, più in silenzio. E inizio con la recensione di un libro. L’autore, Roberto Curatolo mi aveva già concesso gentilmente un’intervista. (La trovate qui ).

Consiglio la lettura di questo romanzo, che si legge d’un fiato, perché  è terapeutico e, in talune descrizioni, chiunque può ritrovarsi e riconoscersi riuscendo a capire i meccanismi della mente e dell’animo umani.

Il romanzo narra di Katia Rinero, cantante dalla bellissima voce – unico suo tesoro – che, negli anni ’60, raggiunge un notevole successo, come solista prima e con il gruppo dei Navigators in tempi successivi,  per poi vivere lunghi periodi di buio, solitudine e tormento anche per la necessità delle case discografiche, di proporre nuove voci e nuove modalità espressive.

Proprio in quegli anni si era soliti, per  distinguere le voci femminili, focalizzare una caratteristica particolare. Katia venne chiamata “Il ghepardo della Lunigiana” per la sua femminilità un po’ aggressiva e la sua voce graffiante. Donna impetuosa, impulsiva e senza filtri, sboccata, dal temperamento genuino e schietto, Katia è continuamente alla ricerca  della serenità e dell’amore e, nonostante si affanni a cercarli,  non li troverà mai, se non per brevi illusori momenti. 

E nemmeno le sfibranti sedute dallo psicoterapeuta, per cercare di leggere e decifrare i suoi tormenti e la sua infelicità, le saranno d’aiuto.

I tormenti di Katia risalgono in gran parte al rapporto con i genitori,  dapprima mal tollerati fino a provare per loro un’ affettuosa indulgenza.

Non trova serenità nemmeno nei troppo brevi e occasionali successi di qualche ribalta  nelle modeste sagre di paese o nelle balere, non lo trova nelle relazioni tormentate con uomini di scarso profilo umano che si avvicendano come Dimitri, uomo insolente o  Flavio, uomo incapace o Walter, figura dai modi rustici ma, almeno,  propositivo.

Non lo trova nemmeno nei due amatissimi figli, fortemente desiderati.

Sullo sfondo, la storia della musica degli anni sessanta e settanta  e del boom economico.

Roberto Curatolo, con la sua solida architettura narrativa,  ha saputo scandagliare l’animo femminile, descrivendo in modo lieve  e affascinante gli umani tormenti, creando nel lettore una forte empatia e stimolando il coinvolgimento. Sa analizzare i sentimenti più profondi, sa nutrire l’anima con  descrizioni precise e coinvolgenti.

Ascoltando Stan Getz “Serenity”


Dell’amicizia….che termine abusato!

Leggo sui social, a commento di foto e immagini di vario genere,  frasi  come “sei bellissimo/a” “sei in forma splendente” “ti voglio bene un sacco” “che delizioso/a bambino/a che hai” “Sei meraviglioso/a” e potrei continuare all’infinito con le bugie. Sì, bugie, perché certe immagini sono l’antitesi di ciò che si possa definire bello, delizioso, meraviglioso. E anche frasi sull’affettività e sull’amore, come “Ti voglio un sacco bene” e simili.
La gente, oramai, vomita ovunque e in tutte le forme sentimenti a raffica, irriflessivi, con un’incontinenza verbale che definire fastidiosa e urticante è limitativo.
Insomma, amici ovunque, sempre pronti a incensarti, a dare affetto, consigli, a elargire complimenti, apprezzamenti. Ma solo nel mondo virtuale, senza muovere un dito. O meglio, muovendo solo i polpastrelli sulla tastiera. Nulla più.
Per un incontro reale, per guardarsi negli occhi, per dedicarsi tempo vero, vita vera non c’è mai tempo e le scuse si snocciolano come giaculatorie:  sono senza auto,  ho un po’ di tosse, sono in pigiama e via via all’infinito. Quando ribatti dicendo che sei tu a muovere il culo e, di conseguenza, non importa se non c’è la macchina, tanto vengo io, e vengo all’ora che vuoi perché ho tempo,  non importa se sei in pigiama e se hai un po’ di tosse, puoi anche non pettinarti,  anzi ti porto delle caramelle lenitive. Allora le scuse cambiano: sto aspettando mia sorella, devo pulire il bagno oppure devo andare a festeggiare il compleanno di un parente.
Che significa questo? Significa che le persone non intendono sprecare nulla di sé se non hanno un tornaconto, anche modesto. Significa che nemmeno un ritaglio di tempo ti è concesso perché sovverte il ritmo quotidiano. E ciò significa che a quelle persone non si interessa. Punto. Per me l’amicizia è sacra. So che talvolta è sacrificio ma ritengo che sacrificarsi valga la pena. L’amicizia è fedeltà reciproca, è una relazione interpersonale ed emotivamente forte.  L’amicizia è ascoltare senza giudicare. E’ il piacere di stare insieme, di ridere insieme, di mandarsi a quel paese e poi ritrovarsi più forti di prima. L’amicizia è un legame forte, molto forte.

 

 

Ascoltando John Lennon in “Stand by me”

 

 

 

 


Funghi Portobello in vegan salsa formaggiosa (dopo la lunga pausa….)

IMG_4769

Ciao carissimi, avrei voluto tornare qui a scrivere molto prima anche per condividere i numerosi argomenti e interessi che si sono fatti strada nei miei pensieri nomadi (più che mai…)  in questi ultimi mesi ma, sopraffatta dalle incombenze (alcune molto piacevoli, altre meno) sono stata costretta a lasciare molte pagine bianche e i pensieri vaganti.
Riprendo con una ricetta anche per soddisfare la richiesta di Alessandra del blog “Una famiglia vegana” che me l’ha chiesta. Una bella occasione per rifarmi viva.

Ingredienti
4 portobello di grandezza media, senza gambo (*) (spazzolati con un panno pulito)
(*) il gambo non si butta, si può utilizzare per un risotto o da unire ad altre verdure da saltare in padella

Per la marinatura:
1 spicchio di aglio
2 Tablespoon (TBSP)** di aceto balsamico
2 teaspoon (tsp)** di olio EVO
1 tsp scarso di paprika affumicata (si trova nei negozi etnici)
2 tsp di tamari
2 tsp di succo di limone
un pizzico di pepe
una presa di sale

Per la salsa:
2 tsp olio EVO
1 cipolla rossa di media grandezza
1 spicchio d’aglio (se piace l’aglio si può osare di più)
40 grammi anacardi (ammollati per un paio d’ore se non si possiede un frullatore potente, tipo Vitamix o Blendtec))
1 TBSP amido di mais
300 ml di  acqua
1 TBSP succo di limone
1 TBSP di olio EVO
2 TBSP lievito alimentare
1 TBSP vino bianco
1 tsp di sale (diviso in due)
prezzemolo tritato per guarnire (o paprika dolce)

** ho utilizzato le misure dei TBSP e tsp perché, trattandosi di piccole quantità, sono più pratiche.  Questi misurini, inoltre,  sono molto precisi e, se non ho tradotto in “cucchiaio” e “cucchiaino”, non è stato per esotismo insensato ma per sottolineare che mi riferisco ai classici misurini americani (si trovano ovunque, Ikea compresa) e non a cucchiai e cucchiaini che si trovano in varie misure.

Procedimento per i funghi

  • disponete i funghi portobello, uno accanto all’altro, in un recipiente basso, da forno
  • in una ciotola di media grandezza versate tutti gli ingredienti della marinatura mescolandoli accuratamente
  • coprite i funghi con la marinatura e lasciateli marinare per una mezz’ora
  • accendere il forno a 200° C
  • cuocere i funghi per 30 minuti

 

Procedimento per la salsa

  • scaldare, a fuoco medio, l’olio in una padella
  • aggiungere la cipolla e l’aglio sminuzzati
  • aggiungere metà dose di  sale
  • cuocere fino a che aglio e cipolla diventano biondi
  • trasferire nel mixer il soffritto
  • aggiungere tutti gli altri ingredienti (anacardi, acqua, amido, limone, olio EVO, lievito alimentare, vino bianco e la seconda metà di sale) e frullare fino a che il composto diventa omogeneo e vellutato
  • trasferire il composto in una padella e cuocere a fuoco medio fino a che il composto non si solidifica (circa 3 minuti)

 

A cottura ultimata, estrarre i funghi dal forno, disporli su un piatto di portata e coprirli con la salsa e una manciata di prezzemolo tritato (o paprica).

Mentre li preparavo ascoltavo Chick Corea “Return to forever