Mongolia, terra di nomadi, misteriosa e sperduta….

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La mia anima è nomade, come i pensieri che scrivo, di getto, currenti calamo. E, aggiungerei, ex abundantia cordis.
Insomma, butto fuori quello che mi passa per la testa, senza troppe riflessioni.
E ora ho in testa un viaggio in Mongolia. É da un bel po’ che ci penso e vorrei che questa idea, questo desiderio si concretizzasse.
Di viaggi in terre poco frequentate ne ho in mente tanti. Resta sempre il sogno di raggiungere l’Isola di Pitcairn. Mi sa che resterà un sogno anche se ogni tanto mi sforzo di immaginarmi su quell’isola sperduta, senza approdi, senza aeroporti, con meno di 50 abitanti, tutti discendenti dagli ammutinati del Bounty.
Ne avevo parlato qui.

La Mongolia è terra di nomadi, popolo generoso e ospitale, terra misteriosa,  dalla natura selvaggia, dagli spazi immensi ma anche ricca di storia e di cultura.
Un grande mondo antico che, al di fuori dalla capitale Ulan Bataar, vive ancora come ai tempi di Gengis Kahn.
Quello che mi affascina è la sensazione di vuoto che evoca in me, di spazio infinito.
Ho bisogno di abbandonarmi a un mondo non superglobalizzato, non occidentalizzato e vittima del consumismo. Affrancarmi, almeno per un po’, da un mondo che ti bombarda di falsi bisogni. E anche se sei forte ogni sollecitazione è un fastidio.

Ho bisogno di riflessione….

L’unica preoccupazione è il cibo. I Mongoli non sono proprio vegani e, ahinoi, nemmeno vegetariani…. A parte la capitale che offre molti ristoranti vegani, tutto il resto è off limits per noi. Dai, non ho paura di tornare in Italia più magra,  mettiamola così.
E ora, ascoltando queste note struggenti, penso a organizzare il viaggio.
Un bel regalo per i nostri 25 anni di matrimonio.

Se qualcuno ci è stato saranno apprezzatissime le indicazioni.

 

 

 

 

 

 

 


25 anni di complicità….

Sono trascorsi 25 anni da quel 7 febbraio 1992. Ricordo che era un venerdì e, quando scegliemmo la data, non mi sfiorò nemmeno da lontano il pensiero del vecchio proverbio”né di marte né di venere ci si sposa né si parte e non si dà inizio all’arte”.
Non mi sfiorò perché non ero/sono superstiziosa sia perché andare controcorrente l’ho sempre ritenuto  stimolante e di buon auspicio.
E poi, come si fa a pensare che nel giorno della Dea dell’Amore, Venere, le cose non potessero andare bene?

E così è stato.
Venticinque anni intensi, vissuti a volte lentamente a volte di corsa ma mai banali o scontati. Venticinque anni sempre ricchi e densi  di emozioni forti e di progetti impegnativi, realizzati sempre insieme, mano nella mano, con complicità, con solidale partecipazione.

Ci siamo anche arrabbiati, io più di te, perché sono impulsiva e spesso vòlta agli eccessi contrari e non ammetto vie di mezzo né sono conciliante ma hai sempre aspettato, con tenera indulgenza, che il mio quarto d’ora di burrasca passasse e tornasse il sereno.
Abbiamo vissuto momenti drammatici e dolorosi. Ma sempre superati insieme.

Abbiamo realizzato sogni, viaggi in luoghi sconosciuti e lontani, abbiamo studiato intensamente, ci siamo divertiti un sacco. Abbiamo adottato la nostra piccola Joy.

Ma il viaggio più bello è quello che realizzo con te ogni giorno, ogni ora, ogni minuto.
Quando non sei in casa mi manchi e non vedo l’ora che torni.
Ogni tuo ritorno, anche dopo poche ore è una festa.

Sei tutto per me. Sei un tatuaggio indelebile, sei sotto la mia pelle.
I’ve got you under my skin

Con amore

Titti


Storia (ingloriosa) di un frigorifero

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L’ho sognato per anni, desiderato, invidiato. E non mi sono mai sentita così provinciale. Eppure davanti a quel frigo maestoso, dalle forme sinuose, dall’aspetto elegante, volava la mia fantasia.
Volava a tempi lontani, non vissuti, a tempi dal fascino discreto.
Volava agli anni ’50, anni di rinascita, di ricostruzione, anni del rock ‘n roll.  Volava  – nella mia immaginazione  – alle famiglie riunite intorno al tavolo della cucina, con la tovaglia a quadretti profumata di bucato, con la zuppiera fumante in mezzo al tavolo e la mamma che scodellava a tutti ed era l’ultima a sedersi (quando riusciva a farlo).

Immagini un po’ conservatrici – é vero – ma che evocavano il calore della casa, della famiglia riunita a conversare o, tutt’al più, a guardare la televisione tutti insieme.

Insomma quel frigo lo desideravo. Ed é arrivato, a settembre 2007.
Ricordo la fatica di chi lo ha portato dalle scale, fino al settimo piano, perché non entrava in ascensore.
È stato un sacrificio economico non da poco ma pensavo che sarebbe stato un investimento per i successivi 30 anni.

Ha funzionato per 7 mesi. Poi da lì il calvario delle riparazioni ogni 3 mesi, prima in garanzia, poi a pagamento.  Dopo 4 anni di questa vita abbiamo chiesto all’azienda di sostituircelo perché sicuramente aveva un difetto di fabbricazione. Niente da fare. La via d’uscita proposta dalla SMEG era l’acquisto di un frigo identico scontato al 50%.

E giá!! Pagato 2200€. Aggiungi almeno 700€ di riparazioni in diverse riprese. Aggiungi la stipula di un’assicurazione successiva. E aggiungi 1100€ di un frigo nuovo al 50%!! Quanto mi sarebbe costato alla fine?

Quindi decisi di rivolgermi a un legale che inviò una lettera alla SMEG. Tempo 15 giorni avevo un frigo nuovo, identico al precedente, senza sborsare un euro. Bene, direte. Eh no….

Dopo 5-6 mesi stessa storia del precedente: assistenza ogni 4-5 mesi. Fino alla drastica decisione di rottamarlo e acquistarne uno nuovo dalle stesse dimensioni e dal prezzo inferiore di due terzi.
Un frigo con poca personalità.
Non me ne importa più della favola degli anni ’50 e bado alla sostanza. Ce l’ho da una settimana e non me la sento di cantar vittoria ma ho buone speranze.
L’ho acquistato on line tramite il sito http://www.eprice.it. Servizio professionale, puntuale, competente.

Eccolo:

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E riesco perfino a mettere tanti magneti che mi piacciono un sacco!

Ascoltando Charlie Parker in Now’s the time

 

 

 


Sono una vegana intollerante!

Dunque, ricapitolando…..

“Ma io mangio pochissima carne”

“Io sono un onnivoro convinto e rispetto i vegani. Pretendo lo stesso rispetto”

“Non sopporto i vegani che  mi guardano nel piatto e mi accusano di essere un assassino”

“Non sopporto i vegani integralisti”

“Non sopporto i vegani violenti”

E la lista delle frasi banali, conformiste, insopportabilmente becere, potrebbe continuare.

Io, invece, non ne posso più di chi sputa queste sentenze mentre, nel frattempo, gli animali continuano a crepare, a soffrire, a condurre una vita non dignitosa,  oltre che ridotta rispetto alla loro speranza di vita. Non ne posso più di questi idioti che si fissano sui vegani intolleranti, sui vegani talebani, sui vegani violenti e, per ripicca verso la “categoria”, continuano a nutrirsi di morte anziché focalizzarsi sul reale problema. Sulla distruzione del pianeta, sul dolore inutile e intenso che provocano a delle creature indifese.

No, non sono tollerante. Non uso violenza né verbale né tantomeno fisica, non punto il dito e non auguro la morte a nessuno.

Mi limito a fare la mia parte. Continuerò a essere vegana etica e – a volte in silenzio che, spesso, é più eloquente delle parole –  privare di ogni stima chi  alimenta la crudeltà anche in una sola forma: mangiando animali e derivati, vestendosi con prodotti animali, andando al circo, allo zoo, nei delfinari, negli acquari e/o portarci i bambini.

Perché non ci sono più scuse e gli animali non possono aspettare ancora.

 

Ascoltando Nina Simone in My way 


Sognare fa bene alla salute….

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Sognare è sano e fa bene alla salute.  Lasciarsi andare in qualche sogno frivolo e leggero fa bene.

Il sogno più ricorrente che faccio – a occhi aperti – è quello relativo al luogo dove mi piacerebbe vivere.
E il cuore – ma anche la mente – mi porta sempre là, nella città più bella, più affascinante, più emozionante, più turbolenta e vibrante: New York.
Io amo l’America e mi piace visitarla ma non potrei mai viverci, al di fuori di New York (in subordine, Venice beach, in California 🙂  )
New York è cultura, novità, arte, musica, fermento, laboratori d’arte, di musica, artisti di strada, improvvisazioni, contraddizioni, creatività, etnie, cibi da tutto il mondo.

E’ anche parchi, musei, teatri, gallerie d’arte.

New York scoppia di vita e di stravaganze, di colori, di suoni, di eventi, di stranezze, di nuove scoperte.

Ti senti nascosto e, nello stesso tempo, esposto.
Nel 2011 ho vissuto per lungo tempo a New York. Abitavo ad  Alphabet city, all’East Village. Non è un quartiere per turisti e questo mi faceva sentire newyorkese ed era eccitantissimo. Prendevo l’autobus sotto casa per andare al mio corso di orafo. Uscivo con la travel mug fumante di caffè.

Purtroppo a causa della gentrification i quartieri si sono snaturati ma è possibile trovare ancora segreti  e tesori nascosti.
La prima volta che misi piede a New York era il 1987. Ricordo come fosse oggi lo stupore, l’eccitazione, mi sentivo in un film.

La prima cosa che mi colpì fu l’inconfondibile skyline e subito dopo furono i vapori che uscivano dai tombini sulla strada. Un fenomeno che ho visto solo a New York. Ricordi nitidi, fissi nella memoria. Ricordo i profumi di cibo per strada, non sempre profumi delicati e ricordo un odore acre di margarina fritta che usciva da certi locali invadendo l’aria e rendendola irrespirabile.

Le passeggiate a Central Park, le soste di ore in libreria seduta per terra a sfogliare libri alla Barnes&Noble di Union Square, il caffè di Starbucks e l’aria condizionata a manetta. Quella era terribile!

Ecco, questo è il mio sogno, uno dei tanti. Vivere a New York.
Perché New York non è l’America. Nell’altra America, non potrei mai vivere. Sto nella mia Milano che, sotto sotto, è una piccola New York.
E’ proprio di tre giorni fa un articolo sul Corriere, anzi un’intervista a una ricercatrice di New York che ha deciso di venire a vivere a Milano e far crescere qui suo figlio. Perché “Milano è come New York ma a misura più umana”.
Bene, se la ricercatrice ha la casa libera a New York, io mi offro…..

Ascoltando Leaving New York (never easy….) dei R.E.M

 

 


Lo stomaco nella testa….

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Non so se succede solo a me o se sono particolarmente vulnerabile al tema per…..deformazione professionale ma il fenomeno è davvero dilagante e  inquietante e, direi, inarrestabile.
Mi riferisco al numero esponenziale di persone che vivono il cibo come un’ossessione, un elemento da cui difendersi, da selezionare, da valutare. E mi riferisco solo ai vegani salutisti che sono assolutisti.
No zucchero, no glutine, no  olio, no solanacee, no noci, no farro, no pesche, no soia, no questo, no quello ma potrei continuare all’infinito aggiungendo all’elenco ulteriori ingredienti per le intolleranze (vere o presunte) o le teorie più bislacche.
Per dirla con il Sommo Poeta nascono nuovi tormenti e nuovi tormentati e, guarda caso,  siamo proprio nel terzo cerchio dove vengono puniti i golosi

Insomma, questo fanatismo salutista lo trovo insopportabile oltre che psicologicamente dannoso e tossico. Ma perché questa visione egocentrica?

Ma non si può avere con il cibo il giusto equilibrio, una sana leggerezza pur avendo cura della propria salute?

Da vegana etica faccio veramente fatica a calarmi nella testa di un vegano salutista,  travolto da una malsana spirale ossessiva.
Una mia cara amica vegana mi diceva, giorni fa, che è meglio essere ossessionati dal cibo (in funzione della salute)  e vivi piuttosto che noncuranti della salute e defunti.

Certo, meglio essere vivi che morti ma ancor meglio sarebbe essere vivi ed equilibrati e avere con il cibo un approccio meno maniacale, ossessivo, opprimente e morboso ma più critico e con un adeguato distacco.

Un approccio più equilibrato e critico con il cibo consentirebbe a questi rigidi-maniaci-della salute  di vivere le proprie relazioni e gli incontri conviviali in modo più sano.

 

Ho impulsi di ribellione verso i vegani salutisti, gli intolleranti, i vegani modaioli, i seguaci del guru, del nutrizionista di successo.

Mi ribello alle teorie apparentemente miracolose e salvavita che, nel giro di pochi anni vengono sconfessate da altre teorie che a loro volta verranno confutate e così all’infinito.

Teorie a favore, teorie contro. Non se ne può più.

David Bowie – Rebel Rebel è il pezzo che ci vuole…

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Il tempo che mi resta….

E’ da tempo che mi soffermo a pensare, non senza una certa inquietudine e paura, al tempo che mi resta da vivere. Al poco tempo, aggiungerei. Al poco tempo in salute e indipendenza aggiungerei ulteriormente.
Ho toccato con mano la lunga malattia e la sofferenza di mia madre, per quattro anni totalmente dipendente. In tutto e per tutto. Dipendente dai farmaci, dai parenti, dalla badante, dagli ausili e dai presidi più sofisticati e tecnologici (il deambulatore, il sollevatore elettrico, il materasso antidecubito, la sedia a rotelle), vittima della malattia che la affliggeva. Creatura totalmente indifesa e vulnerabile.
Ripensando a quegli anni disperati, alla sua dignità  perduta –  e che solo la morte le ha restituito – all’annientamento del sé, sono arrivata alla conclusione che sarò io a decidere quando andarmene.
Il dilemma non è il quando ma il come…..
Vivere significa essere felici ma anche essere tristi, avere delle relazioni o decidere di sospenderle, prendere delle decisioni, discutere dialetticamente, amare, desiderare, essere infastiditi, aver voglia di leggere, di andare a un concerto, di decidere cosa mettere nella borsa della spesa, cosa cucinare, come vestirsi, dove fare le vacanze, chi frequentare o chi non frequentare, chi mandare a quel paese e tanto altro ancora.
Mia madre per quattro lunghi anni non è stata in grado di fare nulla di tutto questo, nemmeno le cose più elementari.
Io me ne voglio andare il giorno in cui avrò la percezione che una sola cosa che ho fatto fino a quel momento non sarò più in grado di farla.

Ora ascolto, abbandonando i pensieri, Sonny Rollins in My One and only Love