Archivi del mese: agosto 2011

La città morta

La città sempre accesa, pulsante e viva si è fermata per Irene, nome leggiadro di donna dal significato beneaugurante, come ricorda Dioniso in un commento al mio post precedente. Irene significa pace e, secondo la mitologia greca ne è la dea. La dea Eirene.
E  Irene, pronunciato all’inglese, Airin, evoca maggior dolcezza.
Chissà per quale perfido contrasto Airin è, invece, il nome che è stato attribuito a un mostro malefico e devastante.

La città rumorosa è in silenzio. La città viva è come morta.
E aspetta, passiva. Ripiegata su sè stessa.
Come  per una cinica legge del contrappasso, per contrasto, di dantesca memoria.
Città sempre accesa? La tua pena è spegnerti.
Irene potrebbe essere condannata all’Inferno, nel settimo cerchio,  primo girone: violenti contro il prossimo.

Sabato pomeriggio non ce la facevo più a stare in casa e, nonostante la pioggia, sono uscita a fare un giro nella mia zona, animata da un’irriducibile voglia di documentare, fissare le immagini, inusuali, di una città stordita. Eccole:

La Broadway, una delle strade dai marciapiedi più affollati e dal traffico più intenso a tutte le ore, tutti i giorni della settimana, tutto l’anno, a qualsiasi condizione atmosferica

La E Houston, di norma sempre congestionata dal traffico e dalla gente che affolla i marciapiedi

Tutte le stazioni della metropolitana chiuse

Whole Food Market che non conosce chiusura

La notte dell’uragano è stata terribile. Il fischio del vento ha iniziato a sentirsi verso mezzanotte, accompagnato dalla pioggia battente e dal rumore degli alberi che ruotavano come una giostra.
Nel cuore della notte, insonne, ho sentito un odore acre di fumo uscire dalla finestra della mia vicina e, dopo un attimo, un bagliore di fuoco.
Ho pensato a un incendio nell’appartamento adiacente.
Ne ero quasi certa dopo aver visto una figura femminile sulla piattaforma della scala antincendio. Ma, vedendola con una torcia di fuoco in mano, ho pensato che, odore acre e bagliore, dipendessero da quell’aggeggio.
Non poteva, se proprio aveva il bisogno incoercibile di uscire, utilizzare una torcia a batteria? Ma poi, perché è uscita, di grazia?
Ho temuto, lì per lì, di dover fuggire in pigiama e senza la borsa di sopravvivenza suggerita dal sindaco.

Comunque, l’ho scampata. Ho avuto molta paura, moltissima.
Alternavo pensieri fatalisti (è destino…) a pensieri e invocazioni disperati (non voglio morire così….- come se si potesse scegliere come e quando morire -), a pensieri iracondi diretti a me (ma chi me l’ha fatto fare…). Pensieri nomadi.
Non mi sono mai sentita così isolata e lontana.
Quel fischio minaccioso ce l’ho ancora nelle orecchie e chissà ancora per quanto.

E ora mi ascolto i Massimo Volume nel pezzo “La città morta“.
I Massimo Volume sono un pregevole gruppo rock che ha fatto da supporto anche a un concerto di Patti Smith. Più che cantare, recitano. Pare perché non sappiano cantare…


Aspettando Irene a New York


Ho cominciato a percepire qualcosa di strano oggi nell’ora della mia pausa pranzo.
Avevo deciso di comperarmi uno snack da Whole Food Market della Settima Avenue, che non è proprio dietro l’angolo rispetto al laboratorio.
Ma ritenevo ininfluente la fatica della scarpinata, che è pure salutare, rispetto al gusto che avrei provato nel mordere quella delizia al peanut butter.
Arrivata nella zona delle casse  con la mia merendina (fortunatamente non scartata da mangiare subito e presentare l’involucro, successivamente, alla cassa) ho strabuzzato gli occhi, incredula, nel vedere  la  coda lunghissima di attesa.
Non le ho contate ma credo che, più per difetto che per eccesso, penso fossero 150 persone.
Un serpentone inimmaginabile.
Non ho pensato a Irene ma, non frequentando quel supermercato, pensavo si trattasse della consuetudine di chi si compera il pranzo e poi lo consuma nei vari parchi e parchetti o in ufficio.
Dopo il laboratorio, alle 18:30 ho pensato di andare da Trader Joe’s della 14esima strada per la spesa settimanale.
Trader Joe’s lo frequento spesso e, pur essendo sempre molto affollato, la coda alle casse è rapida  e scorrevole.
Ecco quello che ho visto (ed è solo la metà):

Ho pensato, astutamente, di andare verso le 21:30 da Whole Food Market in Union square dove avrei potuto fare la spesa, grazie all’ora relativamente tarda, più agevolmente.

Purtroppo non avevo con me la macchina fotografica per documentare quest’esperienza decisamente sgradevole, aggravata dalla stanchezza accumulata in laboratorio durante la settimana: carrelli introvabili, attesa di 5-6 minuti reali per avere un cestino,  banchi di frutta e verdura ripuliti, lo scaffale dei latti vegetali semivuoto, quello dei legumi in scatola praticamente vuoto, i contenitori del pane fresco vuoti, gli scaffali del pane a fette semivuoti, i corridoi affollati  e un continuo “I’m sorry!” dopo aver dato o ricevuto una gomitata.
Un signore ha rovesciato tre bottiglie di succhi di frutta per scansarsi.
Un altro che  esclamava “Oh Jesus!” ripetutamente – Eh già…
Per la cronaca sono riuscita a trovare due porri, due scatole di fagioli,  una libbra di pesche, un sacchetto di farina integrale per farmi i  pancakes e un barattolo di riso integrale.

La mia dispensa (con alimenti già presenti):

Il mio frigo 1:

Il mio frigo 2 (la porta):

Alla cassa, fortunatamente, è andata come sempre da Whole Food di Union square: code massicce ma scorrevoli e rapide.
Dopo la spesa, durante l’attesa dell’autobus, che ha la fermata  davanti al supermercato, vedevo, preoccupata, i taxi presi d’assalto da chi usciva con la spesa.
Pensavo che l’autobus non passasse più e che un taxi non sarei mai riuscita ad acciuffarlo. Nessun taxi avrebbe visto la mia manina alzata tra quella selva di braccia sventolanti.
Fortunatamente l’autobus è arrivato.
Il conducente, invitando i passeggeri a non vidimare il biglietto (la feritoia era intenzionalmente occlusa), li esortava a scorrere e in fretta.
“Why?” gli  ho chiesto. E lui “Evacuation bus”!
Poiché poco prima, durante l’attesa alla fermata, era passato un autobus della stessa linea, in direzione opposta, sul quale scorreva sia la scritta indicativa della fermata di capolinea sia la scritta  “Evacuation shelter”  ho temuto di finire in un luogo di sfollati.
Orpo, mi son detta, e ora questo dove mi/ci porta?
Fermata dopo fermata, con un sospiro di sollievo, sono arrivata a casa senza pensare più a Irene. Ormai mi sentivo al sicuro con l’idea di non mettere il naso fuori casa fino a lunedì.
Ma, controllando il cellulare, lasciato per dimenticanza a casa, ho visto la segnalazione di un messaggio.
Chi sarà a quest’ora? In Italia è notte e qui chi può mandarmi un SMS alle 23?
Era del MAE (Ministero degli Affari Esteri) che comunica:
“Controllare zone evacuazione a New York per Irene su http://www.nyc.gov e con Autorità locali. Telefonare al Consolato Generale di New York al numero 212-737-9100
cell 917-294-9881 Unità di Crisi.
E ora che faccio, mi son detta? Telefono? Beh, in primis sono andata a guardare il sito per vedere se la zona dove abito è a rischio. Non lo è, per fortuna. Abito in zona “bianca”.

Mi sono sempre chiesta come facesse il MAE, fortunatamente, a rintracciare i connazionali all’estero. Per esempio, chi ha fornito il mio numero di cellulare?
Ancora adesso non l’ho capito.
Attraverso le compagnie aeree?   Mistero! 
Naturalmente sto ascoltando “Hurricane” di Bob Dylan. Il pezzo non ha niente a che vedere con l’aggressione atmosferica ma con il pugile americano Rubin Carter, soprannominato “Hurricane”, accusato ingiustamente di triplice omicidio.

E Dylan gli ha dedicato una canzone. E vediamo cosa farà Irene!


Una zanzara in una spiaggia di nudisti…


Cosa farebbe una zanzara in una spiaggia di nudisti? Penso che sarebbe disorientata da tanta abbondanza e, oltre a non sapere da dove incominciare a pungere, una volta iniziato il banchetto, non vorrebbe mai finire temendo di non riuscire ad assaggiare tutto!
E in un campo di nudisti ce n’è, eccome, di roba per una zanzara!!
Ecco, io a New York, che è la mia spiaggia di nudisti, mi sento come quella zanzara.

New York è tutto il mondo.
E’ il melting pot per eccellenza, è l’eccitante mondo della musica, dei colori, dei sapori, dei rumori, dei silenzi, delle culture, degli odori, dei profumi, delle luci, delle ombre, delle stranezze, delle contraddizioni, della follia, della disperazione.
New York è fata e strega, è malvagia e ammaliatrice.

New York è creativa: nei piatti, nelle strade, nei negozi, nella gente, nelle case, nei palazzi, nelle magnifiche scale esterne antincendio, nei mercatini, in tutto.

New York ti ruba l’anima ma ti dà energia che ti rinnova e ti reiventa. E’ paura e speranza.

New York è insonne e sonnolenta.
New York è tutto. New York ha tutto.

E, naturalmente, e ripetutamente, sto ascoltando Leaving New York  (never easy…) dei R.E.M. Ma prima di lasciare questo incantesimo ho ancora tempo per viverla e amarla sempre di più, se ciò fosse possibile!


Sacro e profano?

In America è possibile avere targhe automobilistiche personalizzate …
Queste la dicono lunga sull’interesse primario dei proprietari.


Sto ascoltando “Imagine” di John Lennon, grandissimo!


I ciclisti…gioie e dolori

Scrivo ascoltando The Doors in “Roadhouse Blues“. Graaaaande Blues!!!!
Premetto che non ce l’ho né  con i ciclisti né con la bicicletta, anzi, sono dell’idea che il suo utilizzo vada incoraggiato ma noto che talune pessime abitudini (diciamo pure incivili) sono comuni in tutto il mondo, perfino in una città come New York dove le piste ciclabili sono la regola, non l’eccezione.
Perché i ciclisti passano con il rosso, vanno contromano, sfrecciano sui marciapiedi (qualcuno, addirittura, suona il campanello per “chiedere strada” al pedone) attraversano, in sella, le strisce pedonali fino a metà (come un  pedone) e poi  si immettono nella carreggiata (come un veicolo) disorientando sia i pedoni sia i veicoli?

Per il fatto che il loro mezzo è ecologico e non inquina (e questo è sicuramente un vantaggio per tutti e andrebbe  sostenuto) non è che debbono assumere comportamenti dissennati, “anarchici”, senza regole, senza rispettare il codice della strada cui, come tutti i veicoli, devono sottoporsi.
Perché non è che se si pedala ci si può concedere quello che ad altri veicoli è vietato.

Anch’io viaggio su due ruote, essendo una motociclista e, di conseguenza, so cosa significhi la vulnerabilità delle due ruote, non avere una carrozzeria che ti protegge, perdere l’equilibrio (mi sono spalmata sull’asfalto per due volte, per colpa di altri), schivare una portiera che ti si apre all’improvviso e proprio per questo (e non perché la mia moto ha una targa per riconoscermi o è meno snella e maneggevole di una bici) mi comporto in modo corretto e sicuro per me e per gli altri.
Non sono d’accordo sulla decurtazione dei punti sulla patente italiana dei ciclisti indisciplinati (quelli che i vigili riescono a stanare) perché per guidare la bici non serve la patente e perché trovo che sia iniquo e ingiusto. E poi, al ciclista, a questo punto fortunato, che  la patente non ce l’ha, cosa viene sottratto?


Chorizo sausage

Ecco la seconda ricetta del Sunday vegan brunch copiata da “Vegan brunch” di Isa Chandra Moskowitz” ascoltando il sax di Branford Marsalis in “Gloomy Sunday

Ingredienti per due bei salsicciotti (4 persone):
1/2 cup di fagioli pinto (simili ai borlotti) cotti
1 cup di brodo vegetale
1 Tablespoon di olio evo
2 Tablespoon di salsa di soia
2 Tablespoon di concentrato di pomodoro
2 teaspoon di scorza di limone tagliata fine
2 spicchi d’aglio (io ho usato un pizzico di aglio in polvere)
1 e 1/4 cup di glutine
1/4 di cup di lievito alimentare
1 Tablespoon di paprika
1 teaspoon di peperoncino
1 Tablespoon di salvia secca sminuzzata
1 teaspoon di origano secco
1/4 teaspoon pepe (facoltativo)
Procedimento:
In una ciotola schiacciare i fagioli con la forchetta fino a ridurli in purea.

Aggiungere tutti gli altri ingredienti  nell’ordine indicato nella lista e mescolare bene con una forchetta.
Dividere l’impasto in due parti e disporre ciascuna parte in una garza dando la forma del salsicciotto.

Avvolgere bene i salsicciotti nella garza e chiudere le estremità con uno spago, a mo’ di caramelle.
Non disponendo di una vaporiera li ho adagiati in uno scolapasta di metallo sotto cui ho messo una pentola con un po’ d’acqua fino a lambirli, senza sommergerli. A fuoco basso, con un coperchio, li ho cotti per 40 minuti.

Aspettare che si intiepidiscano un pochino prima di affettarli. Sono buoni così come sono, caldi, tiepidi, freddi oppure insaporiti in padella come suggerisce la fantasia.


Return to forever IV

“New York is the center of universe”  così Lenny White, newyorchese doc, ha concluso la sua presentazione al concerto – evento a cui abbiamo avuto la fortuna di assistere sabato sera.

Sicuramente si riferiva alla scena musicale, scelta dai “Return to Forever IV” (RTF-IV) per la partenza del loro nuovo tour mondiale, per celebrare la reunion del mitico gruppo fusion degli anni 70.

Certo, ogni tanto ci soffermiamo a riflettere sul fatto che amiamo in particolare la musica nata in quegli anni, e anche qualche anno prima…, ma concludiamo che, a parte le nostre personali ragioni anagrafiche, quella stagione è stata la più vivace dal punto di vista sociale e musicale.

RTF è un gruppo nato nel 1971, fondato da Chick Corea (pianista oggi settantenne) con altri mostri sacri provenienti dal mondo del jazz e che si proponeva appunto di innovare il jazz standard attraverso la contaminazione con nuovi strumenti elettrici ed elettronici, nonché con sonorità e ritmi provenienti in particolare dal Sudamerica.

Della prima formazione fecero parte Stanley Clark al basso, Airto Moreira batteria e percussioni, Joe Farrell sax soprano e flauto e la voce cristallina di Flora Purim.

Sabato sera della formazione originale c’erano solo Chick Corea e Stanley Clark, in forma strepitosa, ha giganteggiato (non solo perché è alto quasi due metri).
        

Poi Lenny White alla batteria, Frank Gambale alla chitarra e Jean Luc Ponty al violino.

Devo dire che l’electric jazz non è in cima ai miei generi preferiti ma il concerto è stato veramente adrenalinico e consiglio a tutti di intercettare, se possibile, un data del tour mondiale.

Era vietato fare foto e riprendere, ho trovato però su YouTube questa clip del concerto di Sidney che è quella che si avvicina di più (la formazione era la stessa):http://www.youtube.com/watch?v=F9fxAiLK9bc&feature=related.

Ormai la diffusione degli smartphone rende inutili questi divieti e ciò che ne risente è soprattutto la qualità, purtroppo.

Per la cronaca, ma solo per quella, ho l’obbligo di riportare che il concerto dei RTF è stato preceduto da “Zappa plays Zappa” un concerto di Dweezil Zappa, figlio del compianto Frank, che ha suonato musiche del padre.

Io consideravo e considero tuttora Frank Zappa un simpatico pazzo, mentre Seb lo considera “il più grande compositore del ‘900”.

Si era sciroppato da giovane trasferte incredibili per andare ai suoi concerti in mezza Europa.

Quindi la citazione  è solo un segno di rispetto verso il mio maritino che era, incredibilmente, visivamente emozionato…boh?!

Devo ammettere però che hanno suonato bene, in una formazione un po’ complessa con vibrafonista, tastierista, due fiati (una donna al sax, viva le donne musiciste!), batteria, basso e due chitarre.

E ora qualche nota sociologica, come di consueto.

Intanto ho avuto l’ennesima conferma che i soldi spesi per uno spettacolo negli Stati Uniti sono sempre ben spesi.

Abbiamo assistito a un’ infinità di spettacoli e concerti in giro per il mondo, in primis in Italia ovviamente, ma la qualità di ogni genere di spettacoli negli States è altissima.

Abbiamo acquistato i biglietti più economici, adatti alle nostre tasche un po’ tartassate ultimamente, e ci siamo seduti nella seconda balconata dicendoci: “vabbè, l’importante è ascoltare…”.

Invece la visuale era ottima e, soprattutto, l’acustica eccellente perché erano installati diffusori e ripetitori ovunque, anche sospesi al soffitto del teatro proprio di fronte a noi.

Al Blue Note, per fare un esempio, c’erano diffusori anche nei bagni!

Le band non si sono risparmiate, Zappa ha suonato un’ora e un quarto e RTF per più di due ore; entrati in teatro alle 8, ne siamo usciti a mezzanotte!

La cosa che amo di più è la totale informalità del pubblico americano che va a teatro con lo spirito di chi va a fruire di una rappresentazione e ci va per divertirsi, non per apparire o sfilare. Tutti in piedi a ballare, giovani e vecchi, tutti un po’ bambini ‘sti americani.

L’altro elemento che apprezzo tantissimo è l’organizzazione: si va in un paese straniero, in un luogo sconosciuto (che sia il Madison, un teatro, uno stadio) e si è seguiti e accompagnati al proprio posto senza dover piroettare tra i corridoi smarrendosi.

E questo avviene per qualunque genere di spettacolo, dalla serissima performance teatrale allo sgarrupato concerto nello stadio.

In settimana vorremmo andare a vedere un musical a Broadway approfittando degli sconti del 50% che si hanno acquistando il biglietto in giornata o per la matinée presso  questi due sportelli.
A quello del South Street Seaport il tempo di attesa è dimezzato, rispetto a quello di  Times square.

In cartellone ci sono decine di spettacoli, non abbiamo ancora deciso. A presto!!