Intervista a uno scrittore

Roberto Curatolo, medico, psicologo, scrittore, viaggiatore.

Ho conosciuto  Roberto Curatolo anni fa quando faceva il Medico del Lavoro in un’azienda sanitaria e da subito, incontrandolo, ne apprezzai la gentilezza dei modi, lo stile, l’eloquio pacato (ingentilito dalla erre alla francese) e la vasta cultura.

Di lui apprezzai, inoltre, la capacità di ascolto, l’attenzione verso gli altri e quella certa malinconia negli occhi tipica di chi sa vivere  con intensità, passione  e senso critico ogni evento, ogni momento,  ogni aspetto della vita.

Ma Roberto, oltre che un bravo professionista scientifico, è anche un apprezzato narratore nonchè scrittore di testi teatrali.

Roberto vive a Milano e ha due figli: Marco – architetto e apprezzato fotografo  a Milano e Andrea – ingegnere ricercatore a Perth – in Australia.

Roberto, quando hai deciso di fare il Medico?
Ho frequentato il liceo scientifico. Già allora mi piaceva scrivere e al termine del liceo avrei volentieri scelto la facoltà di lettere. Ma, a quei tempi (tempi piuttosto lontani) chi proveniva dal liceo scientifico non poteva iscriversi a lettere e a filosofia. Quindi la scelta di medicina fu una sorta di ripiego. Comunque l’interesse per l’argomento non mi mancava. Dopo il primo anno di università, arrivò la riforma che consentiva ad ogni “maturato” di iscriversi alla facoltà che preferiva. Chiesi a mio padre di lasciare medicina e di iscrivermi a lettere. Con molta intelligenza lui mi propose di frequentare le lezioni delle materie letterarie (per trasferire l’iscrizione c’era tempo fino a fine dicembre e le lezioni cominciavano a settembre) per verificare se effettivamente le mie aspettative trovavano un riscontro. Fu un consiglio molto utile: chissà perchè, mi ero messo in testa che mi sarei trovato in una sorta di cenacolo letterario, in un circolo di giovani scrittori, in un ambiente stimolante ed elettrizzante. Invece mi ritrovai in vecchie aule semivuote con professori poco affascinanti e compagni di corso uguali a quelli delle aule di medicina. Va detto che ero giovane, imbottito di fantasie bohemiennes e ancora molto lontano dall’immaginare che l’ambiente letterario non è granchè diverso da qualunque altro ambiente professionale.
Proseguii dunque medicina e non me ne sono pentito. Allora mi interessavano soprattutto le problematiche psicologico-psichiatriche: a quei tempi, nel cercare le cause della malattia mentale, ci si divideva tra organicisti e ambientalisti. Era un confronto molto acceso e io stavo dalla parte degli ambientalisti.
 
La tua attività di medico ha contaminato/condizionato quella di scrittore?
Senza dubbio. Pochi fanno caso al fatto che la storia della letteratura è ricchissima di grandissimi autori che erano medici. Alcuni nomi? Possiamo cominciare da Rabelais per proseguire con Cechov e poi Bulgakov, Cronin, Celine, Maugham, Schnitzler, Conan Doyle, Carlo Levi, Tobino, Lobo Antunes, Crichton e tanti altri. C’è un bel libro francese, “Le bisturi et la plume”, che è una sorta di enciclopedia dei medici scrittori. Perchè tanti medici nella grande letteratura e non altrettanti ingegneri, architetti, farmacisti o biologi? Perchè il medico ha a disposizione, nella sua professione, un’infinita quantità di spunti che gli vengono dalla frequentazione assidua con le storie delle persone, con la nascita, le malattie e la morte delle persone. Con la possibilità di frequentare le loro case e le loro famiglie.
 
Da quando hai iniziato a scrivere?
Ho iniziato a 13 anni. Con la poesia, come fanno in tanti. Fino a 30 anni circa, ho scritto solo poesia. Poi ho capito. Ho capito che la mia poesia non bucava il foglio. Ho letto tantissima poesia. E se leggi la poesia dei grandi, ti rendi conto che cos’è la grande poesia. E allora ho lasciato perdere e ho buttato tutto. Tutto sommato è più facile essere un buon narratore che un buon poeta. Comunque ho conservato la prima poesia: un sonetto per una ragazzina per la quale stravedevo. Anni fa l’ho riletta: ho provato un misto di tenerezza e commozione. Sono rimasto sorpreso dalla potenza dell’innamoramento di quell’età.
 
Da cosa sei ispirato nei tuoi testi?
Sono affascinato dalle storie delle persone. Ascolto e rubo. Sono un ladro di storie. Ovviamente in letteratura “funzionano” di più le storie dei losers, dei perdenti. E anch’io sono affascinato maggiormente dalle storie di quelli che il grande pittore e scrittore Lorenzo Viani definiva i “deplacés”, quelli che stanno ai margini. Non devono essere necessariamente degli emarginati, magari stanno dentro i margini, ma sul confine. E’ un attimo finire fuori.
 
Si sa che nel nostro paese non si legge molto e Internet non migliora questa condizione considerando anche che l’elettronica (eBook) sta sempre più sostituendo i libri cartacei e il piacere del profumo della carta e del fruscio delle pagine.
Cosa ne pensi?
E’ un dibattito molto acceso. Già una quindicina d’anni fa si era cominciato a dire che la sorte del libro cartaceo era ormai segnata. In realtà ciò che ha veramente modificato i rapporti di forza è stato l’arrivo sul mercato dei tablets: quelli, sì, possono veramente far diventare il libro cartaceo un oggetto d’antiquariato. Si dice che i libri faranno la fine dei dischi: scompariranno. Può essere. So che a me continua a piacere di più un libro con pagine da sfogliare e ai cui margini annotare qualche impressione.
 
Hai degli hobby?
Hobby nell’accezione vera e propria del termine, no. Ho molti interessi. Il principale, nella mia vita, è stato viaggiare. Ho conosciuto molti luoghi e molte genti. Credo che chiunque viaggi, con gli occhi aperti e l’animo disponibile, beninteso, non possa che diventare un uomo migliore. Chi viaggia non può essere razzista, settario, fanatico. Ho sognato di viaggiare fin da bambino. E ho cominciato a farlo fantasticando su un atlante di geografia. E poi mi piace molto il cinema, mi piace camminare in ambienti naturali e non antropizzati e, per finire con un’affermazione di sconcertante banalità, sono affascinato dall’universo femminile.
 
Spiegati meglio. Cosa intendi per essere affascinato dall’universo femminile?
Beh, al di là della banalità di condividere con qualche miliardo di uomini questo genere di attrazione, mi sento di aggiungere che sono assolutamente convinto che le donne siano di gran lunga più evolute dei maschi. Sono avanti in fatto di sensibilità, di equilibrio, di praticità. Sono certo che il mondo, in mano alle donne sarebbe molto più vivibile. Non mi piace quando inseguono gli uomini su alcuni terreni, come, ad esempio, quello militare: non sopporto le donne-soldato. Ho avuto la fortuna, sopratutto attraverso le esperienze professionali, ma anche tramite quelle personali, di approfondire la conoscenza dell’universo femminile e di sentirmi spesso in sintonia con esso. E poi non posso dimenticare che oggi la letteratura mantiene il suo ruolo soprattutto grazie alle lettrici: senza di loro la gran parte delle case editrici avrebbe chiuso. Il complimento più bello che ho ricevuto come scrittore è stato quando alcune lettrici, dopo aver letto alcuni miei testi in cui raccontavo storie di donne, magari con la protagonista femminile che parlava in prima persona, mi è stato detto che quei racconti sembravano scritti da una donna.
 
Se potessi scegliere un luogo dove vivere quale sceglieresti?
E’ una domanda che mi mette in difficoltà. Anche se vedo tutte le debolezze e le manchevolezze del nostro paese, ci sono indubbiamente legato. Certo, se avessi un casale nel senese o in Umbria, ci andrei volentieri. Ma non mi piace fantasticare su situazioni irrealizzabili. Ho un figlio che vive in Australia: là mi piace, non è detto che, quando smetterò di lavorare, non vada a trascorrere metà dell’anno laggiù, down under.
 
Che consiglio daresti a una persona che vorrebbe iniziare a scrivere?
Nessuno sa scrivere per dono divino o per capacità congenite. Imparare a scrivere è un percorso lungo e impegnativo. E, potenzialmente, non si finisce mai di migliorare. Ci vogliono tecnica e inventiva. Puoi avere inventiva ma senza tecnica non vai lontano. E puoi avere tecnica, ma se non hai l’inventiva e la sensibilità, scrivi aridamente. Io ho avuto la fortuna di avere un eccezionale maestro, Giuseppe Pontiggia. Frequentai i suoi corsi di scrittura. Già scrivevo, ma quei corsi mi fecero modificare profondamente il mio modo di scrivere. Furono soprattutto un necessario bagno d’umiltà. Quindi a chi inizia a scrivere, consiglio di accettare serenamente le critiche costruttive e di non essere mai convinti di essere un crac della letteratura.
 

Come Maestro di scrittura hai avuto un Signor Maestro!!!
Sì, Giuseppe Pontiggia rappresenta per me un mito. Un uomo di sterminata cultura. Possedeva in casa propria la terza biblioteca milanese, quanto a numero di libri (circa 35.000!). Ho frequentato la sua casa e la sua famiglia. Mi voleva bene e credo che avesse fiducia nelle mie qualità scrittoriali. La sua morte prematura mi ha procurato un dolore profondissimo.

 
E a un giovane che volesse intraprendere gli studi di medicina?
Gli direi, come scrisse Paul Klee, di seguire i battiti del suo cuore. Di intraprendere una via lunga e difficile solo se si sente portato e se ha attenzione per la sofferenza umana. Anche in questo caso, come nella scrittura, la tecnica non basta: sono necessarie capacità d’ascolto e sensibilità. Ai miei tempi, molti si iscrivevano a medicina con la prospettiva di fare soldi. Già allora, però, la professione non era più così remunerata come una volta. E oggi è ancora peggio. Potrei dire che oggi serve ancora più passione rispetto a una trentina d’anni fa.
 
Quando scrivi, ascolti anche musica?
No, quando scrivo, ho bisogno del massimo silenzio. Mi piace moltissimo la musica, presenzio da sempre a molti concerti, soprattutto rock, blues e folk, ascolto la musica appena posso, ma non quando scrivo. Ho bisogno della massima concentrazione.
 
 I LINK dei LIBRI di Roberto
http://www.mannieditori.it/libro/lampi-di-buio
 
Ringrazio Roberto per il tempo che mi ha dedicato, rubandolo alla sua attività, e per la sua deliziosa disponibilità.
Gli dedico un meraviglioso e struggente  Blues di John Lee Hooker con Ry Cooder in Boom Boom, dal vivo alla House of Blues di Los Angeles, uno dei miei luoghi preferiti a LA (buon ascolto!).
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11 responses to “Intervista a uno scrittore

  • Silvia Pareschi

    Che bella intervista e che bella persona, Titti, grazie per avercelo fatto conoscere.

  • saretta

    Mamma mia che gran persona!!!Grazie Titti!!!
    bacione

  • accantoalcamino

    …quella certa malinconia negli occhi tipica di chi sa vivere con intensità, passione e senso critico ogni evento, ogni momento, ogni aspetto della vita.
    Ecco…grazie Titti e complimenti per il restyling 🙂

  • Tiziana Titti

    Ormai siamo così insensibili agli eventi spiacevoli della vita che abbiamo bisogno di sapere che esistono personaggi di questo calibro, di questa sensibilità e di questa cultura che ci smuovano un po’ l’anima. Brava Titti.

    • Titti

      @Silvia: sì, è davvero una persona deliziosa, come ce ne sono poche.

      @Saretta: Veramente una gran persona.

      @accantoalcamino: hai còlto un passaggio molto significativo dell’essenza di Roberto.
      PS Il restyling è merito tuo! Grazie! 😉

      @Tiziana Titti: Persone di questo calibro, fortunatamente esistono! Grazie!

  • Herbs

    leggere queste parole mi trasmette calma e serenità. Apprezzo molto le risposte assolutamente non banali che ti ha saputo dare, condivido la sua visione dell’universo femminile e ammiro molto il fatto che prenda l’osservazione che i suoi racconti sembrano scritti da una donna come un complimento.
    Veramente una bella essenza! come sempre, grazie per aver condiviso!

    • Titti

      @Herby: grazie carissima! Roberto, infatti, è una persona profonda ma la sua compagnia è lieve e piacevole e conversare con lui fa scorrere veloce il tempo.
      Mi piace l’espressione “Una bella essenza”! 🙂

  • Moky

    Non lo conoscevo nemmeno io. Molto interessante, anche se sono rimasta un po’ sconcertata dal fatto che non considera parte dell’universo femminile le scelte che sono state, per cultura, considerate più “machili” come quella della donna soldato. Mi e’ sembrato vagamente restrittivo e un po’ (troppo?) tradizionalista… perché secondo me, non si tratta di “inseguire gli uomini” ma di inseguire se stesse…

    • Titti

      @Moky: Roberto è un pacifista e come non ama le donne-soldato, non ama nemmeno gli uomini-soldato. Diciamo che, per come lui vede l’universo femminile, la donna-soldato è stridente, un’anomalia. Non è un tradizionalista, lo definirei – al contrario – un pacifico rivoluzionario.

  • librini

    Curioso l’abbandono in toto della poesia. Ma se ha letto i grandi, allora si può capirlo. Però se è così in confidenza con la poesia, probabilmente ha una bella prosa. Mi attivo.

    • Titti

      @librini: probabilmente la prosa lascia più spazio alla creatività, all’invenzione. Bisognerebbe approfondire l’argomento con lui, direttamente.

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