Archivi del mese: novembre 2012

Intervista a una traduttrice letteraria

Foto dal web

Sono molto orgogliosa di pubblicare questa intervista a Silvia Pareschi, traduttrice letteraria dall’inglese, in trasferta a San Francisco. Di lei avevo già parlato qui  in occasione del nostro incontro a Milano e qui quando ci siamo viste a Torbole, anche con Rose, nel mio B&B.
Prima di incontrarla in rete, più di un anno fa, e di persona più recentemente, ignoravo quasi totalmente la figura del traduttore. 

Conoscevo unicamente Fernanda Pivano, che ha dato un contributo fondamentale alla conoscenza della letteratura americana in Italia.
Non che pensassi che i libri si traducessero da soli ma la mia concentrazione era calamitata unicamente dall’interesse per il libro dell’autore straniero, per la trama, il modo di scrivere, i dialoghi.
Ora quasi mi vergogno all’idea di non essere stata sfiorata dal pensiero che dietro un buon testo di un autore straniero ci fosse  il traduttore, un professionista che proprio grazie al suo lavoro interessante e importante contribuisce al successo di un testo e del suo autore nonchè alla sua divulgazione.
Non avremmo mai potuto leggere importanti  testi di autori stranieri (ad esclusione di chi ha la fortuna di conoscere bene una o più lingue) senza il lavoro del traduttore.
Silvia, nonostante svolga una professione importante e di grande rilievo culturale e sia una persona di grande cultura e dai molteplici interessi, è una persona simpatica, diretta, affabile, dal sorriso accattivante. Inoltre, il suo stile elegante e i suoi modi raffinati mi hanno veramente conquistata.
Sono veramente felice di averla incontrata. E la ringrazio tantissimo per avermi dedicato il suo tempo.

Silvia, quando hai deciso che avresti fatto la traduttrice letteraria?
Da ragazzina, prima di iscrivermi all’università, avevo il vago desiderio di diventare traduttrice di letteratura… russa. Dopo essermi laureata in russo, però, cambiai idea e decisi che non sapevo più cosa volevo diventare.
Che percorso di studi e formazione sono  indispensabili per essere un buon traduttore?
Se volete un percorso lineare e sistematico, non fate come me! Dopo la laurea in russo provai diversi lavori, poi mi iscrissi a una scuola di scrittura dove venni “scoperta” da una importante traduttrice. Oggi ci sono molti corsi, universitari e di perfezionamento, a cui ci si può iscrivere. Poi comincia la gavetta, e lì ci vuole senz’altro anche un po’ di fortuna.
Perchè, secondo te,  il traduttore, pur essendo una figura importante, è trascurato e resta sempre nell’ombra?
Ci sono tanti motivi. Da una parte esiste la convinzione che basti conoscere una lingua per diventare traduttori; dall’altra manca l’attenzione – da parte degli editori prima di tutto (non sempre ma spesso), e poi dei recensori – per l’importanza di una buona traduzione. E poi la buona traduzione, per definizione, non si nota. Tutti la notano solo quando è brutta!
Puoi raccontarci come avviene il tuo lavoro, operativamente, a partire dal primo contatto?
In genere è la casa editrice che mi propone una traduzione. Quando comincio a tradurre un libro, di solito faccio una prima stesura il più possibile accurata, seguita da una rilettura molto attenta e minuziosa, fatta confrontando il testo tradotto con l’originale, parola per parola. Al primo giro la concentrazione è tutta sulla singola parola; con la seconda stesura comincio a lavorare sul testo per creare una prosa fluida e aderente allo stile dell’autore. La terza fase è una rilettura più veloce, quasi da lettrice “comune”, nella quale cerco di “sentire” il testo come se fosse stato scritto direttamente in italiano. A questo punto il libro passa all’editor/revisore, che dopo un primo giro di correzioni me lo rimanda da controllare. Infine, dopo il confronto e le discussioni con l’editor, il libro viene messo in bozze, e in questa fase effettuo un’altra rilettura per dare la mia approvazione finale.
Hai dei colloqui preliminari con l’autore? O hai solo dei contatti con la casa editrice?
I colloqui con l’autore avvengono di solito in corso di traduzione, dopo una prima stesura in cui individuo i dubbi da sciogliere e i chiarimenti da chiedere. Di solito sono dialoghi molto interessanti e proficui – per me, senz’altro, ma a volte anche l’autore scopre qualcosa di nuovo, un punto di vista diverso sul proprio testo. La cosa più emozionante è quando riesco a incontrare gli autori di persona, dopo essere entrata a fondo nelle loro opere e aver dato loro una voce in italiano.
Molte parole sono pressochè intraducibili o, quanto meno, la traduzione ne penalizza il significato. In quel caso come ti comporti?
Le soluzioni variano a seconda dei casi. Si possono usare perifrasi, “note interne” per spiegare il significato di una certa espressione, oppure, là dove ci sono giochi di parole, ricreare qualcosa di equivalente in italiano. L’importante è mantenere l’intenzione, l’effetto che l’autore voleva creare in quel punto della narrazione.
Silvia, hai avuto dei maestri? Se non li hai avuti, a chi ti sei ispirata?
Sono stata molto fortunata, perché ho avuto non una, ma ben due maestre eccezionali. La prima è stata Anna Nadotti, grande traduttrice di A. S. Byatt, Amitav Ghosh e molti altri, che mi ha “scoperta” durante un seminario e mi ha segnalata a quella che sarebbe diventata la mia seconda maestra, Marisa Caramella, grande traduttrice ed editor dalla quale ho imparato molto di quello che so.
Quali autori hai tradotto?
Ne ho tradotti tanti. Jonathan Franzen, Junot Díaz, Denis Johnson, Julie Otsuka, Nathan Englander,Nancy Mitford, E. L. Doctorow, Amy Hempel, Annie Proulx, Don DeLillo, Cormac McCarthy e molti altri, fra i quali anche mio marito, Jonathon Keats, di cui ho tradotto Il libro dell’ignoto per la casa editrice Giuntina.
Vivi un po’ in America e un po’ in Italia per esigenze legate alla tua professione o solo per motivi personali?
Un po’ per entrambe le cose. Diciamo che i motivi personali si sono incastrati perfettamente con le esigenze professionali.

Dedico a Silvia uno strepitoso brano di Dave Brubeck “Take five“.

Budino al profumo di arancia

Ed ecco la ricetta del budino al profumo di arancia che avevo annunciato in un precedente post.
Si tratta di un esperimento che ho voluto realizzare per utilizzare la buccia d’arancia ridotta in farina.
L’esperimento è riuscitissimo e il budino veramente buono.

Ingredienti:
500 ml latte di riso
35 grammi fecola di patate
35 grammi zucchero di canna
1 cucchiaino agar agar in fiocchi
1 cucchiaio colmo di polvere di buccia d’arancia ( 10 grammi)
una punta di vaniglia
cannella per decorare o, in alternativa, cacao amaro

Procedimento:
Sciogliere in un pentolino  la fecola e l’agar agar  nel latte di riso freddo e mescolare bene, eventualmente aiutandosi con una frusta.
Scaldare il contenuto a fuoco medio, aggiungere lo zucchero, la vaniglia e la polvere di arancia, descritta QUI. Portare a bollore e cuocere ancora un paio di minuti continuando a mescolare per evitare il formarsi di grumi.
Spegnere il fuoco e versare il budino in uno stampo da portata o in più stampi monoporzione.
Lasciar raffreddare bene a temperatura ambiente e, successivamente, lasciare in frigorifero qualche ora, prima del consumo.
Rovesciare il budino su un piatto e distribuirvi la cannella o il cacao amaro.
Veramente delicato.

Ascoltando la grandissima Nina Simone in “Love or leave me


NO al Circo con gli animali!!!! Manifestazione a Milano

Ho partecipato ieri, a Milano, al corteo  contro il circo con animali promosso dalla LAV a cui hanno aderito altre associazioni animaliste, tra cui ENPA, Oltre la specie, Gaia e molte altre.
Una delegazione si è recata dal Sindaco Giuliano Pisapia per chiedere che sul territorio milanese vengano vietati i circhi con animali come già accaduto in tante altre città europee.
Milano, la mia città, deve essere una città cruelty free!
Purtroppo a Milano, proprio in questi giorni, c’è il “Circo di Mosca”. Spero che abbia pochi visitatori…..
Durante il corteo hanno sfilato musicisti, giocolieri, trampolieri, mimi e attori che si sono esibiti in festose rappresentazioni per dimostrare che si può realizzare un circo all’insegna della creatività, dell’arte e del divertimento senza alcuna crudeltà verso creature indifese.
Come il “Cirque du Soleil“, talentuosa organizzazione circense che porta i propri spettacoli in tutto il mondo. Qui la presentazione dello spettacolo Alegria, che ho visto qualche anno fa.

La manifestazione si è conclusa ai giardini “Indro Montanelli” con l’esibizione di un gruppo gospel.
Ecco qualche foto.
 


La mia Joy

La Vigilessa motociclista……

…..con il canarino Titty sul casco! Ed era anche simpatica!!

I giapponesi che fotografano il corteo

Il coro gospel milanese “Corale Valla, molto bravi!

Ascoltando “Alegria


Farina di bucce d’arancia

Da diverso tempo ho sviluppato  tecniche di riciclo di prodotti considerati di scarto.  E, man mano, sto aguzzando sempre più l’ingegno per evitare sprechi.

Sono riuscita a recuperare le bucce d’arancia. Le ho essiccate sul calorifero e, successivamente, polverizzate. Per ora ho utilizzato questa polvere per preparare un delizioso budino. Prossimamente la ricetta.

Ingredienti:
Bucce di arance biologiche

Procedimento:
Tagliare a striscioline la buccia delle arance, precedentemente lavate, e disporle su un piatto da dimenticare  sul calorifero per il processo di essiccazione che durerà qualche giorno.
Una volta essiccate si frantumano in un mixer.
Io non le ho frantumate finemente preferendo una consistenza più granulosa.
Si può utilizzare questa polvere profumatissima per insaporire dolci ma anche per preparazioni salate.

Ascoltando Orange crush dei R.E.M, ovviamente….


Cena per Obama

Foto dal web

Ho festeggiato il secondo tempo dell’ Era Obama, con due cari amici: Yari del blog Cucchiaio di legno e Alberto. Una cena tutta a stelle e strisce.

Il menu: pinzimonio di verdure,  insalata di farro alle mandorle, hummus di ceci, patè di sedano, vellutata di zucca (ricetta da Veg News magazine di novembre) chorizo vegan (dal libro Vegan Brunch di Isa Chandra Moskowitz….la adoro!!) , caprino vegan ai pomodori secchi, budino all’arancia con panna di mandorle (panna, ricetta di cacaopuro.com).


Yari, dietro di me. Alberto, a destra. Hang loose, in onore di Obama, nato alle Hawai’i.

Ascoltando Bruce Springsteen in Born in USA


NY Bagel


E’ da un po’ che non scrivo e  che non frequento il web salvo qualche incursione  di pochi minuti in FB per pubblicare qualche foto.
E’ un periodo di scarsa, quasi nulla creatività, di indolenza generalizzata, di torpore intellettuale e di disordinate – spesso malinconiche -riflessioni che non portano a nulla.

Questo stato d’animo investe tutti gli ambiti che mi sono congeniali e che, in uno stato d’animo  normale, mi riempiono la vita e danno esplosione alla creatività: inventare o scoprire nuove ricette, creare nuovi gioielli, ascoltare  musica, leggere, avere relazioni, organizzare viaggi e tanto altro ancora. Riesco a malapena a copiare e anche questa volta l’ho fatto con queste bagel.
Le avevo fatte in passato seguendo una ricetta vegan americana ma queste sono migliori, più morbide e saporite. E mi ricordano – aumentando la nostalgia – il periodo vissuto a New York dove le consumavo quasi quotidianamente a colazione, acquistandoli da Whole Food Market, in Union Square.
Il merito è della Capra del blog “La Cucina della Capra” che li ha descritte QUI.

(Tra parentesi, in blu, gli ingredienti della ricetta originale della Capra che ho modificato)

Ingredienti:
500 gr di farine: 250 gr grano duro – 70 gr segale – 80 gr manitoba – 100 gr integrale (500 grammi farina)
50 gr di zucchero integrale di canna
15 gr olio EVO (corrisponde a un cucchiaio da minestra)
1 bustina di lievito secco (1 cubetto di lievito di birra)
2 cucchiaini di sale
semi a piacere (cumino, papavero, sesamo,…)
un cucchiaio di malto d’orzo
250 ml di acqua tiepida (calda)

Procedimento:
Sciogliere il lievito secco e lo zucchero nei 250 ml di acqua tiepida. Aggiungere l’olio e mescolare bene.
In una terrina versare la farina e il sale. Aggiungere la parte liquida alla farina e impastare bene e a lungo.
Lasciare lievitare per 30 minuti in un luogo al riparo dall’aria (io ho lasciato la terrina in forno, senza mai aprirlo).
Trascorso il periodo di lievitazione, riprendere l’impasto e lavorarlo ancora un po’. Nel frattempo portare a bollore una pentola d’acqua.
Mentre l’acqua bolle, formare 12 palline della grandezza di un mandarino (ogni pallina pesava 67 grammi).
Praticare un buco a ciascuna pallina, aiutandosi con il manico di un mestolo di legno e dando loro la forma tipica della bagel, lievemente schiacciata.
Tuffare 4 bagel alla volta nell’acqua bollente, un minuto per lato, aiutandosi con una schiumarola per capovolgerle e, successivamente, per scolarle bene e disporle sulla teglia da forno, rivestita di carta forno.
Pennellare la superficie di ciscuna bagel con il malto diluito in un po’ d’acqua e ricoprire con i semi, a piacere.
Infornare per 20 minuti a 200°. La Capra suggerisce 25 minuti ma il mio forno dopo 20 minuti aveva completato la cottura.
Le proporzioni degli ingredienti sono perfette e, di conseguenza, suggerisco di rispettarle alla lettera.
La riuscita è assicurata! Grazie Capra!
Ho consumato queste delizie a colazione con la crema di nocciole (nocciole pure frullate con il Vitamix) e Nocciolella. E a pranzo con un patè di legumi. Ma seguirò anche il suggerimento di Capra, di consumarli con il caprino vegan.

Ascoltando Etta James in “Purple rain” sperando di risvegliarmi dal torpore e dalla malinconia. Già queste bagel possono aiutarmi….