Archivi categoria: Emozioni

La sindrome del foglio bianco

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E’ da un po’ che non scrivo come se la sindrome del foglio bianco mi colpisse con attacchi incoercibili e frequenti ricadute. E i pensieri si svuotano.
Tra tre giorni parto per gli Stati Uniti e vorrei documentare questo viaggio – che già prevedo interessante ed emozionante –  con reportages fotografici e aneddoti.
Spero di riempire il foglio bianco…
Per ora ascolto un bel blues: John Lee Hooker in Blues Before Sunrise

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Rieccomi…..con i Waffle al mais!!

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Rieccomi, dopo un periodo di intenso lavoro (matto e disperatissimo….)  ma anche di  impareggiabili soddisfazioni e gratificazioni.
Finalmente riesco a tirare un po’ il fiato e a soddisfare le numerose richieste dei molti ospiti del B&B – ma non solo – che mi hanno chiesto la ricetta dei waffle.
I waffle sono uno dei piattini caldi, serviti a colazione, che quotidianamente si avvicendano, al mio B&B, come  extrabuffet.
Si alternano con pancake, minidonut, crespelle….
La ricetta è tratta da uno dei miei libri preferiti: “Vegan brunch” di Isa Chandra Moskowitz.
Questa ricetta la dedico ad Alessandra, una deliziosa ragazzina che è stata ospite del B&B con i suoi genitori, altrettanto deliziosi.
Non potrò dimenticare la sua spontaneità nell’esclamare, dopo aver visto il piatto con il suo waffle: “Li adoro!”

Naturalmente per realizzare i waffle è necessario disporre del fattapposta….
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Ingredienti (per 6-7 waffle):
2 cup (*) di latte vegetale a scelta (io uso riso o mandorla autoprodotto)
1 teaspoon aceto di mele
1 cup e mezza di farina di mais fioretto (quella impalpabile)
1 cup farina, a scelta (io uso la zero ma anche integrale bio)
1 tablespoon(*) lievito per dolci (io uso polvere lievitante per dolci Baule Volante)
1/4 cup zucchero (io uso quello di canna)
1/4 cup olio di mais o girasole (la ricetta americana parla di canola oil)
1/2 teaspoon (*) di sale
Frutta fresca di stagione per guarnire
Sciroppo d’acero

(*) non è un vezzo nè un esterofilia (come mi hanno fatto più volte notare) non tradurre “cup” in “tazza” o “teaspoon” in “cucchiaino”. Le cup  e i teaspoon o i tablespoon sono vere e proprie misure di capacità.  L’alternativa sarebbe quella di scrivere il peso degli ingredienti ma, in questo caso, non li ho mai pesati…. Perdono!!

Procedimento:
Versare il latte in una ciotola e aggiungervi l’aceto di mele.
Lasciarlo da parte una decina di minuti  in modo che cagli un pochino (avverto che non caglia molto ma non importa).
In un grande recipiente versare tutti gli altri ingredienti secchi  (farina di mais, farina, polvere lievitante, sale e zucchero).
Aggiungere il latte – che si era lasciato da parte – e l’olio.
Mescolare bene con la frusta per evitare grumi.
Ungere leggermente con il pennello la piastra elettrica dei waffle e, quando è al massimo calore (nella mia si accende una spia), versare una dose di impasto in entrambe le “cavità”.
Abbassare la piastra e attendere 5 minuti (o secondo le istruzioni del costruttore).
Guarnire con frutta fresca e sciroppo d’acero!
Sto ascoltando uno dei pezzi di Dave Matthews Band che amo di più in assoluto, “Bartender” .
Mi ricorda di quando vivevo a New York, uno dei periodi più intensi ed elettrizzanti della mia vita anche se non il più facile e di quando frequentavo il bar The Bean, vicino a casa (ne ho scritto qui) e mi tuffavo nelle strepitose torte vegan!!!!

E poi oggi è il dodicesimo anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle. Never forget 9/11!!  A dieci anni dalla tragedia ero a New York. Ne ho scritto qui.


Colazione da Titti

Il reportage di un’ospite speciale al mio B&B

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Cari Ravanelli, come state? Oggi voglio raccontarvi di un posto magico. Conoscete Torbole sul Garda?

DSC_4489Se ancora non ci siete stati, avete un motivo in più per andarci: il B&B La Casota … 100% VEGAN! la casotaUn bed and breakfast in cui perdersi e farsi cullare dalla bravissima Titti. Mi sono davvero sentita a casa e trattata da Regina.

Niente di meglio per ricaricare la spina e pensare positivo.

Titti offre ai suoi ospiti colazioni deliziose, in un trionfo di torte, strudel, muffin, pane di pasta madre, bagel, affettati e formaggi veg, frutta fresca, spremute, bevande … davvero, avete solo l’imbarazzo della scelta.

DSC_3819Ma c’è di più:

Titti prepara anche delizie calde sul momento, tra cui vanno citati i Waffle (qui a sinistra)

ed i Pancake (qui sotto!) davvero più buoni del pianeta. DSC_4513

(PS: le colazioni di Titti sono così buone, ma così buone, che ho sentito con le mie orecchie due “onnivori” complimentarsi…

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Sognando il viaggio a Pitcairn

Dal sito del governo di Pitcairn

Dal sito government.pn

dal sito government.pn

E’ un vecchio sogno, un desiderio che ha origini lontane e non si è mai placato. Raggiungere Pitcairn, l’isola sperduta nel cuore del Pacifico.
Ne subisco un fascino irresistibile, ostinato e tenace.
Nel mio immaginario rappresenta il luogo della ribellione, l’antitesi dell’uniformità e dell’arrendevolezza.
Sono sicuramente condizionata dalla storia della ribellione dei marinai  del Bounty ma l’idea di un luogo tutt’altro che turistico e di massa, proprio perché difficilmente raggiungibile, mi rapisce l’anima.
Detesto luoghi come le Maldive, Sharm el Sheik o simili,  i villaggi turistici in qualunque parte del mondo –  sono  non luoghi –  i pacchetti all inclusive, i viaggi organizzati e qualsiasi proposta spersonalizzata, uniforme, standardizzata.
Pitcairn per me rappresenta la meta fuori dalle rotte, l’originalità, la passione per il mare, un sano e necessario – ancorché breve –  isolamento.
Insomma, mi sto dando da fare per riuscire ad andarci. Chissà….

Sognando mari lontani, ascoltando il suono dell’ukulele


Cara Mamma Lidia….

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Il 22 marzo te ne sei andata.
Quel momento l’ho più volte invocato per non vederti più soffrire e mi dannavo l’anima nel vederti stare così male.
E me la dannavo ancora di più nel vedermi impotente di fronte alla malattia.
Quando quel momento è giunto, mi sono sentita fragile e perduta.
Voglio ricordarti sorridente, sentire la tua risata contagiosa.
Voglio ricordarti curiosa e golosa.
Voglio ricordare la tua generosità, quasi patologica, in un mondo di gente avara.
Voglio ricordarti bella, con le tue collane, gli abiti variopinti, curata.
Voglio ricordarti in Polinesia, in un viaggio che abbiamo fatto insieme.
Voglio ricordarti a New York quando ci siamo incontrate provenienti da altre parti del mondo.
Voglio ricordare i tuoi occhi verdi come il tuo Lago di Garda in certi momenti in inverno.
Voglio ricordare l’Amore incondizionato che hai avuto per la mia Barbara, per gli amatissimi nipotini Tommaso e Andrea, per Dario e per Seb.

E ora che sei tra gli angeli, se vedi che sto sbagliando, fammi un cenno.

Ti dedico una canzone che Jovanotti ha dedicato alla sua Mamma quando se n’è andata….
Le tasche piene di sassi”


Intervista a un’educatrice cinofila

Irene e Pinta
Ho conosciuto Irene un anno fa, leggendo un’intervista che rilasciò al Corriere Milano, nella rubrica settimanale “Cambio vita”.
La giornalista, Raffaella Oliva, raccoglieva e pubblicava esperienze di persone che, vittime di lavori insoddisfacenti, di routine alienanti e lontane dalla propria essenza, avevano deciso di dare una svolta alla loro vita cambiando lavoro, dando in tal modo nuove spinte e nuova energia alla loro esistenza.
In quel periodo leggevo e rileggevo il libro di Simone Perotti (Adesso basta!), avida di storie che riconducevano a esperienze di chi aveva cambiato vita, di chi aveva avuto quel coraggio, di chi ce l’aveva fatta.
Non poteva sfuggirmi, in particolare, la storia di Irene per varie ragioni: era della mia città, Milano, aveva lasciato un posto fisso a tempo indeterminato – come quello che avevo io – per occuparsi dell’educazione/addestramento di cani e, altro particolare significativo, proprio in quel periodo, stavo organizzandomi per adottare un cagnolino bisognoso.
A colpirmi fu anche la sua bellezza, davvero mozzafiato, i suoi modi eleganti, il suo stile e il suo sorriso disarmante.
In quel periodo visitavo canili e rifugi per trovare un peloso che si adattasse  alla mia famiglia.
Quell’intervista cadde a fagiolo e mi annotai i recapiti di Irene certa di chiamarla una volta adottato il cane.
La piccola Joy arrivò, tramite l’associazione onlus ICaniSciolti   e poco dopo chiamai Irene per stabilire un primo contatto, capire il funzionamento della “procedura educativa” e avere altre indicazioni e suggerimenti.
La fortuna sfacciata fu che Irene abitasse a 300 metri da casa mia. Quasi incredibile in una città come Milano!!
Le lezioni furono estremamente efficaci e, in poco tempo, seguendo le sue indicazioni – rivolte soprattutto a noi “genitori” – Joy migliorò moltissimo i suoi comportamenti da piccola randagia.
Irene e Joy
Irene durante una lezione con Joy
Irene, da bambina,  cosa pensavi di fare da grande?
Fin da piccola ho sempre avuto una grande passione per gli animali e ho sempre desiderato osservarli. Ero interessata a ogni forma vivente ed ero spinta da una grandissima curiosità ad avvicinarmi a ogni essere animale. Avevo già preso la decisione di lavorare a contatto con gli animali e il mio sogno mi è sempre stato chiaro: quello che volevo era “studiare il loro comportamento”.
Che percorso formativo/professionale hai intrapreso?
Alle superiori ero iscritta al liceo scientifico, con indirizzo naturalistico, e le scienze naturali sono sempre state la mia materia preferita. Poi all’università mi sono iscritta a Scienze biologiche e dopo il triennio ho seguito la specializzazione in Biodiversità ed evoluzione biologica. Materia preferita? Perdutamente innamorata dell’etologia. Studiarla era fonte di continua sorpresa e meraviglia. Mi sono laureata con tesi sperimentale sul campo, studiando le rondini nel loro ambiente naturale.Immediatamente dopo la laurea ho fatto prima uno stage e sono stata poi assunta a tempo indeterminato in una multinazionale farmaceutica.
Ma non era quella la mia strada.
Qual è stata la scintilla che ti ha portato al cambiamento?
Nonostante fosse un ottimo lavoro e anche interessante, passare le ore in ufficio non era quello che volevo. Mi mancavano soprattutto lo studio degli animali e l’aria aperta. Volevo inoltre prendere un cane, ma gli orari lavorativi non mi avrebbero permesso di prendermi cura di lui nel modo corretto.
In quanto tempo hai maturato la decisione di abbandonare il vecchio lavoro?
Ho lavorato in azienda per due anni, ma ho maturato la decisione nel corso dell’ultimo anno. Mentre lavoravo ho cominciato a seguire un corso per diventare educatrice cinofila, con Golfo e Arancio, due cani non miei, e lì è esplosa la passione per questo lavoro.
La tua famiglia come l’ha presa?
All’inizio erano spaventati, hanno cercato di farmi “ragionare”, ma non mi hanno ostacolata perchè si sono sempre fidati di me e delle mie decisioni. Ora sono più tranquilli, soprattutto perchè mi vedono serena, anche se la sicurezza economica ovviamente non è la stessa di prima.
Che tipo di formazione hai per l’attuale lavoro?
Ho ottenuto la qualifica di educatrice cinofila dopo 2 anni e mezzo di corso e un tirocinio nei canili e al fianco di istruttori professionisti. Continuo a tenermi aggiornata partecipando a stage e seminari di professionisti italiani e stranieri e ho cominciato un corso per diventare riabilitatrice comportamentale e ampliare così le mie competenze. Se mi viene gentilmente concesso non perdo occasione di seguire altri professionisti durante le loro consulenze: è utilissimo vedere come lavorano gli altri, ma devono essere altruisti e generosi per permetterlo.
Chi avesse bisogno di un’educatrice seria e professionale come te come fa a orientarsi nell’offerta così disordinata, diciamo pure selvaggia?
La figura dell’educatore cinofilo non è riconosciuta a livello nazionale, quindi chiunque può definirsi educatore, anche chi è solo un dogsitter (e sono numerosi i casi) o ha sempre avuto cani. Anch’io ho guidato la macchina per tanti anni, ma non per questo dico di essere un meccanico. Il mio consiglio è dunque di leggere attentamente il curriculum della persona a cui vi state affidando, per conoscere i suoi titoli accademici e professionali e capire quali siano le sue competenze e da dove deriva la sua esperienza.
Cosa reputi fondamentale nel tuo lavoro?
L’utilizzo di un metodo che sia rispettoso del benessere del cane prima di tutto. Importante anche far capire ai proprietari che il cane non è un robottino che deve darci obbedienza, ma che il fatto che il cane scelga di fare quello che gli diciamo non può prescindere dall’aver costruito con lui un ottimo rapporto che si fondi sulla fiducia reciproca.
1024351 IRENE SOFIA, FOTOGRAFATA AI GIARDINI PUBBLICI
Irene e Pinta, la sua australian shepherd – Foto di Duilio Piaggesi
1024358 IRENE SOFIA, FOTOGRAFATA AI GIARDINI PUBBLICI
Irene durante una lezione – Foto di Duilio Piaggesi
Grazie, Irene, per il tempo che mi hai dedicato.
QUESTO il sito di Irene
QUI un’intervista a Irene realizzata da  Simone Perotti, su RAI5
Dedico a Irene, Destiny degli Zero 7

Parliamo di comprensione davanti a un “cous cous” di cavolo romanesco

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Partecipo con questo post alla tavola rotonda ideata da Barbara
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che, in questo mese, propone come argomento la comprensione.
E’ un dibattito interessante e di grande attualità oltre che estremamente complesso proprio perché presuppone la reciprocità relazionale. Ma, anche questa volta, pur cercando di non eccedere in semplificazioni, cercherò di far prevalere la sintesi.
E’ nella comunicazione che si concretizza la  reciprocità relazionale  orientata alla comprensione e all’intesa.
Ma, per poter comprendere l’altro e far in modo che anche l’altro ci comprenda, è fondamentale accertarsi della cultura del nostro interlocutore. Considerare, quindi, non solo il codice linguistico (parlare la stessa lingua) ma anche il codice culturale (condividere gli stessi valori).
Ciò significa che la comprensione debba presupporre  e possa concretizzarsi più facilmente attraverso la compatibilità fra soggetti che comunicano.
Comprendere non significa solo mettersi nei panni dell’altro, provare empatia, ma anche avvicinare l’altro alla nostra sfera affettiva, personale, intima, senza pregiudizi nè giudizi morali.
Comprendere significa sentire una voce di dentro che ci guida verso l’altro, ne mette in risalto la sua essenza e ci affranca dalla corazza protettiva che costituisce il nostro riparo.
Non è facile comprendere perchè non è facile mettersi a nudo, palesare le nostre vulnerabilità, le nostre debolezze. E’ un atto di grande sforzo che richiede un prezzo che non sempre si è disposti a pagare ma che, senza ombra di dubbio, ci viene restituito come arricchimento personale di grande valore.
E la ricetta che abbino alla discussione  è un cous cous di cavolo romanesco. Una ricetta crudista.
cous cous di cavolfiore

Ingredienti per 4 persone:
Un cavolo romanesco
Una manciata di pinoli
Una decina di pomodori secchi sminuzzati
Qualche cappero sotto sale (facoltativo)
Olio evo
sale, pepe
Succo di mezzo limone

Procedimento:
Frullare il cavolo nel mixer per qualche secondo fino a sminuzzarlo in piccoli pezzi omogenei, simili al cous cous.
Disporre il “cous cous” in un’insalatiera in cui si aggiungeranno gli altri ingredienti.
Mescolare e servire, ascoltando la divina Nina Simone in Feeling good