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Week end in barca a vela e alcune riflessioni


Era da tanto che non mi godevo il mare a pieni polmoni e il vento sulla pelle e questo week end l’ho trascorso sull’Hexagone II, la barca dei miei cognati, anche per portarci il mio nipotino Tommy e fargli apprezzare la barca a vela.
La forza del vento oscillava tra i 24 e i 26 nodi, una meraviglia per la navigazione.  Le giornate calde e limpide. Sembrava di volare sull’acqua. La barca a vela è tutto ciò che per me rappresenta la libertà, il rispetto per la natura, e la possibilità di potersi affrancare da ritmi convenzionali. E’ il sole che scandisce i tempi e i ritmi. Si va a dormire al suo calare e ci si alza al suo levare. E durante il giorno si naviga.
E’ stata una magnifica sensazione, a contatto con la natura con quel senso di libertà che il mare e la barca a vela riescono a trasmettere.
Solo vivendo in barca ci si rende conto di quanta attrazione possa esercitare questo tipo di vita per coloro che hanno deciso di mollare tutto, casa e lavoro sedentario,  e andar per mare.  In barca si vive veramente con poco e di poco e ci si rende conto perfettamente di quanto superfluo e inutile ci sia attorno a noi nella vita normale e quotidiana.
Dopo 4 mesi vissuti a New York dove l’esercizio alla rinuncia di fronte alla giostra del consumismo era messo continuamente alla prova, un week end come questo è stato un toccasana.
Siamo vittime di troppo cibo, troppe convenzioni, troppe meschinità, troppe volgarità, troppo di tutto in un esercizio bulimico da cui ci si dovrebbe liberare. Il contatto con la natura fa veramente riflettere e aiuta a distinguere i bisogni dai desideri. E il contatto con gli affetti più cari e le continue dimostrazioni di amore è stato quanto di più bello ho vissuto.

Il mio piccolo marinaio alle prese con la scotta del fiocco
La cambusiera al timone


Dopo la navigazione, al bar.

Tutto questo ascoltando Santana &Dave Matthews in Love of my life


Leaving New York never easy….


Ascoltando i R.E.M. in  Leaving New York  ripercorro la mia esperienza nella Grande Mela, unica, irripetibile.

A presto, New York!!


Domenica con i nativi americani

Mentre ascolto questa musica rilassante dei Nativi,  sto pensando alla gita di domenica scorsa  quando Seb e io siamo andati  in autobus a Yorktown Heights, nello Stato di New York, a un’oretta da Manhattan per partecipare a un pow wow.
Il pow wow è un termine tradizionale della cultura dei nativi del Nord America. Si riferisce a una tipica festa dove i nativi e i non nativi si incontrano per rendere omaggio alla cultura degli Indiani d’America.

Si è cantato, danzato, bevuto, acquistato prodotti di artigianato, mangiato prodotti tipici dei nativi (solo quelli vegan) e chiacchierato con molti dei presenti.  Ecco qualche foto:

 


Newport, Rhode Island


Newport, Rhode Island, USA e mi verrebbe da aggiungere “città gemellata con Imperia, Italia”. E mentre  lo penso e scrivo ascolto Ami Winehouse in “Back to black“.
Newport, la magnifica città internazionale della vela, è gemellata con la poco considerata Imperia, città famosa per le regate con barche storiche.
Infatti, sul cartello stradale che indica i confini della cittadina ligure la scritta “città gemellata con Newport, Rhode Island – USA”  è  orgogliosamente a caratteri cubitali, costituendo, probabilmente, un motivo di prestigio per l’amministrazione comunale.
Purtroppo non ho verificato lo stesso interesse nella città americana. Lo dico con una punta di campanilismo ferito visto che le mie origini, per metà, sono proprio imperiesi.
E per costituire un gemellaggio si sono sicuramente incontrati gli amministratori della città americana con quelli di Imperia che avranno sottoscritto un documento di accordo.
Comunque, bando alle ciance, siamo tornati stasera dopo un paio di giorni tra barche (osservate), vento e profumo di mare.
E la voglia di imbarcarmi e andare lontano, all’avventura, mi ha fatto sognare.
Il tempo è stato clemente solo oggi, regalandoci un sole caldo e avvolgente e una temperatura deliziosa.
La zona del New England è bellissima, molto britannica, tanto che, se non fosse stato  per la guida a destra e le bandiere a stelle e strisce presenti ovunque, era facile confondersi, in un momento di distrazione, sentendosi in Inghilterra anziché in America.
Case basse, di legno, strade pulitissime, prati curatissimi, gente elegante e sobria.
Newport dista 177  miglia da New York,  4 ore di macchina, con due  brevi soste per un caffè.
Abbiamo alloggiato al Motel 6, la catena di alloggi  con i prezzi più bassi di tutti gli States e uno standard di confort più che sufficiente (pulizia, aria condizionata, bagno spazioso privato, wifi, distributore di bibite e acqua, ghiaccio).
Girare gli States è veramente  uno sballo…..non voglio tornare in Italia!!!! Faccio i capricci!


Las Vegas, Nevada – 2 agosto 1994


Oggi è l’anniversario del nostro matrimonio americano. E la musica non può essere che questa:

Ci siamo sposati 17 anni fa alla Silver Bell Wedding Chapel – 607 South Las Vegas Blvd – Las Vegas, NV 89101
Ricordo che era quasi tutto finto, tranne il celebrante, il testimone e la nostra follia. Fiori del bouquet finti, fiori della cappella  finti, prato finto, laghetto finto.
Il mio  elegantissimo vestito bianco anni ’50 con cappellino e veletta, acquistato a Milano in un negozio di abiti vintage,  quasi stonava in quell’ambiente  kitsch, era un pugno in un occhio.
Fortunatamente c’era Seb che compensava  tenendo alta la pacchianeria che si conveniva all’occasione: indossava il  tuxedo, termine americano per definire lo smoking che qui è l’abito da matrimonio.
Percorrendo i lunghi corridoi dell’hotel dove alloggiavamo le persone che incontravamo, vedendoci in abiti matrimoniali, si congratulavano con noi, con spontanea naturalezza.
Io, al contrario, mi vergognavo un po’ perché, trattandosi di un gioco, anche se risposerei 1000 volte il compagno della mia vita, avevo l’impressione di ingannare tutti coloro che ci auguravano felicità nel giorno più bello.
In realtà il nostro giorno più bello l’avevamo già vissuto due anni prima, a Milano, sposandoci civilmente a Palazzo Reale.
Seb, al contrario, con il suo stile britannico, elargiva sorrisi e ringraziamenti anche se, sotto sotto, per via di quello smoking e ragionando all’italiana, si sentiva un tantino déplacé.
Uscendo dall’hotel, io rasente il muro e a testa bassa, ci aspettava la limousine bianca prenotata per condurci alla Silver Bell Chapel.
Celebrante, testimone  e fotografo ci stavano aspettando. Entrando nella piccola cappelletta la  Marcia Nuziale ci accoglieva solenne e la mia vergogna era quasi palpabile.
Tutti erano composti, impettiti, e io cominciavo a tremare dalla paura di non riuscire a trattenere una risata che, in situazioni imbarazzanti, nemmeno a farlo  apposta, per me è sempre  in agguato, incoercibile e inevitabile.
Ho adottato  il suggerimento di pensare a cose tristi, senza risultato. Mi venivano in mente solo buffonate o castronerie.
La cerimonia, fortunatamente,  è durata dieci minuti e  l’ho scampata!
Il pranzo di nozze, l’abbiamo consumato, da vegetariani, al Golden Nugget, l’albergo dove abbiamo alloggiato nei 3 giorni  di permanenza a Las Vegas.

Aggiornamento di oggi 2 agosto 2011: Seb è arrivato sabato sera a New York!
Fino a venerdì pomeriggio era incerta la sua partenza ma il last minute dei miracoli si è verificato.

Stasera andremo a festeggiare il nostro anniversario o da Angelica Kitchen o in un ristorante nepalese che ha piatti anche vegani, scoperto un paio di giorni fa durante i miei giri nella Grande Mela!
E la musica che dedico a Seb è “I’ve got you under my skin” cantata da Frank Sinatra.
Sì, perchè Seb è proprio sotto la mia pelle.


Nostalgia…


Sto ascoltando “Come Foglie” di Malika Aiane e la dedico a mio marito Seb che è a Milano, mentre io sono qui, a New York, sola da quasi due mesi, se escludo i primi giorni con lui e la visita di Barbara.

Già, la nostalgia.
Il termine, pur derivando dal greco (νόστος= ritorno eάλγος= dolore), i greci non lo conoscevano. Il sostantivo è stato  coniato, nella seconda metà del ‘600,  da un medico svizzero  che rilevava un certo stato d’animo, una sorta di malinconia, nei soldati costretti a stare lontani da casa.  Successivamente il termine ha acquisito un’accezione più ampia, quella che usiamo noi oggi,  di rimpianto, di anelito, di  desiderio intenso e disatteso, di dolore dell’anima.
Ecco, è  il sentimento che mi pervade da oggi, da quando  ho saputo che, forse, mio marito, per problemi di lavoro indifferibili e non delegabili,  non potrà venire a trovarmi e stare qui 20 giorni con me, come programmato, con biglietto aereo già in mano.
La scuola chiude per due settimane e avevamo pensato di fare un giretto di qualche giorno tra il Connecticut e il  Rhode Island, a 150 miglia (240 km) da New York.
Ma non è per la mancata vacanza che soffro. Soffro perché ho nostalgia, forte, e la tecnologia, che sicuramente aiuta, non mi basta più.
Non ho voglia di tornare a Milano che non mi manca per niente. Potrei dire che qui ho trovato l’America.
Ma mi manca la tangibilità dell’affetto, la percezione dei sentimenti attraverso gli occhi, i gesti, gli sguardi. Mi manca mio marito che accarezza da vicino la mia anima tormentata, che la sa rasserenare, che la sa capire e  placare. Che sa dissetare la mia arsura.
E’ vero, ho scelto io di venire qui  sapendo che sarei stata sola molti mesi in una città sotto molti aspetti difficile, in una città che ti rapisce, che ti dà tanto, che ti ruba l’anima, a 6000 km di distanza, con un oceano in mezzo.
Altri mesi da sola sono una dura prova.

Mi hanno sempre insegnato che tutti siamo utili ma nessuno è indispensabile.
Pare non sia così.


Giornata newyorkese (feriale)


Come inizia la mia giornata newyorkese feriale? Innanzitutto inizia con un brano di jazz dal Mac.
Ascoltando il sax di Branford Marsalis trio in “Cherokee” mi preparo per raggiungere l’indirizzo della foto di apertura.
Tralasciando le normali attività quotidiane del dopo risveglio, che tutti compiono,  indugio sulla prima piacevole azione della giornata: la colazione.

Non è tutti i giorni uguale ma, spesso, un fresco frullato di fragole, preparato con latte di soia,  è un piacevole inizio, specie in queste giornate calde.
Ma non mi fermo qui perché  per me la colazione è un vero rito, irrinunciabile.
Mi è difficile, infatti, capire coloro che fanno colazione al bar.
Continuo con fette di pane tostato, spalmato di ricotta di soia autoprodotta e marmellata di mirtilli.
Una mug di caffè  aromatizzato  alla vaniglia o alla nocciola (preparato con la moka)  e allungato con un po’ d’acqua bollente è il tocco finale.
Successivamente mi collego a skype per salutare Seb, mio marito o Barbara, mia figlia.  Le 6 ore di fuso non ci consentono grandi possibilità di scelta di orari. Sto con loro una mezz’oretta e parlare con loro mi fa iniziare  bene  la giornata.
Preparo lo zainetto con le cose necessarie per la giornata lunga fuori casa, senza dimenticare la schiscetta (per i non milanesi: è il pasto preparato a casa che si porta, in un contenitore, al lavoro).
Qui mi sbizzarrisco:
Riso con tempeh e fungo portabella grigliato e un involtino di cavolo verde (collard) con riso. Mi fa ridere chiamarlo portabella ma sulla confezione c’è proprio scritto così:
Comunque, al di là del nome, è buonissimo.
Mi piace talmente tanto che a volte la mia schiscetta è questa:
Un veg-hamburger con lattuga, cipolla, pomodoro  e ketchup  contenuto in due funghi invece che nel classico bun.
Ma anche il calzone (autoprodotto) fa parte dei menu da schiscetta:
Mi sono inventata una variante, nell’impasto, aggiungendo un bel cucchiaio di concentrato di pomodoro e un cucchiaino di origano. La farcitura: ricotta alle erbe (autoprodotta) e pomodoro.
Pronto lo zainetto, esco di casa, un appartamento che si trova all’East Village.
Questo è l’atrio
E questo il portone
Mi dirigo verso la fermata dell’autobus e,da quando salgo, osservo.
New York è  veramente una città per curiosi come me. Anche l’autobus è un buon punto di osservazione.
Questo è un passeggero speciale, pure un po’ vanitoso. Si è messo in posa.
Nel tragitto, ancorchè brevissimo, da casa alla fermata, continuo a osservare e può capitare che incontri anche

cani in versione micro
o in versione macro.
Durante il tragitto, da casa al centro, impiego il doppio del tempo necessario perchè mi fermo a fotografare, osservare, annotare. In continuazione.
Qualche giorno fa ho incontrato questo ragazzo che fissava l’interno di un cartone.
Incuriosita, mi sono fermata a chiedergli di che si trattasse.
La risposta è stata questa.
Mi ha raccontato di essere canadese, in partenza di lì a poco per il suo paese, di aver trovato questo gattino abbandonato, di averlo raccolto, nutrito e di volersene occupare portandolo in Canada in auto (forse in aereo avrebbe qualche problema).  Gli ho raccomandato di non abbandonarlo mai.
E’ stato un piacevole  incontro che non dimenticherò.

Mi capita anche di imbattermi in un set televisivo.
O di vedere, sui trampoli, una ragazza che si riposa.
O una ragazza che, passando davanti a un musicista, si mette a ballare.
Ma il tempo corre veloce e io devo andare al mio corso di gioielli a cui tengo tantissimo.
Un ritardo di 10 minuti costa un quarto di  giornata di assenza. Durante il corso si possono fare al massimo tre giorni di assenza.  Questo è il regolamento. E questa  è l’America che mi piace.
Quindi mi affretto per arrivare puntuale.

Arrivo alla sede della scuola e saluto Charles, il ragazzo addetto alla security.
Prendo l’ascensore e, controllando sempre l’orologio,

arrivo all’ingresso del centro che si trova al terzo piano di un edificio della Midtown, sulla 31esima.
Entro in aula, ancora vuota….
….che di lì a poco si riempie

Il mio banco –  1 Il mio banco – 2
Si comincia a lavorare – La fusione
La zona saldatura
Compagna di corso alla saldatura
Stampo di un gioiello
Alle 13 è l’ora della pausa. Con la mia lunch box  esco e scelgo un’area tranquilla. Può essere questo giardinetto, di fronte alla facoltà di medicina della NYU, sulla 28esima
oppure  quest’area attrezzata e libera di fronte a Macy’s, sulla 34esima.
Alle 14  rientro in aula, puntuale…
….per una spiegazione alla lavagna o per continuare il progetto in corso.
Alle 17  “suona la campanella” ma mi fermo sempre 30-40 minuti in più, visto che è concesso, per portarmi un po’ avanti. Trattandosi di lavori, talvolta difficili, da eseguire con pazienza, a volte mi capita di sbagliare.
Una saldatura fatta male, per esempio, può rovinare il lavoro di un’intera  giornata. E  allora devo rifare tutto. E la quantità dei progetti  la  devo rispettare se voglio la certificazione finale.
Senza tralasciare la qualità. Qui le raccomandazioni non esistono.  E la mia certificazione  sarà per merito.
Tornando a casa me la prendo un po’ più comoda, non avendo orari da rispettare, nemmeno quelli dei negozi che qui sono aperti fino a tardi 7 giorni su 7, a volte 24 ore. Anche questa è l’America che mi piace.
Vado a fare la spesa da Whole Food in Union square che è sulla strada di casa.
Compero prodotti sfusi
ma anche confezionati come questi
o questi.
Riprendo l’autobus per tornare a casa
con le borse della spesa.
Vedo una Ducati e, anche se non è come la mia, è sempre arte in movimento e la fotografo.
Passo davanti al portone dove c’è sempre questo bel gattino.
Mi imbatto nei pompieri in azione
In una signorina sui trampoli. Come farà a camminare?
In un carrettino di bibite e pretzel.
Arrivata a casa controllo la cassetta della posta. Il metodo di organizzazione delle cassette  e di recapito non è come da noi dove c’è una feritoia nella quale il portalettere inserisce la corrispondenza.
Qui non ci sono feritoie (come si vede dalla foto in alto dell’atrio).
Le cassette sono chiuse e, all’esterno, non c’è il nome ma il numero dell’appartamento. Il nome è all’interno della cassetta. Strano, vero?
Il postino apre la cassetta (evidentemente con un pass, altrimenti dovrebbe girare con una valigia di chiavi) e inserisce  la posta.
Se il mittente non scrive il numero dell’appartamento, il postino non sa dove inserire la posta e, di conseguenza, è costretto ad appoggiarla sopra le cassette. Non tanto a malincuore, credo.
Infatti, può anche capitare che, pur essendoci l’indirizzo completo, il postino lasci la posta  appoggiata sulle cassette, per negligenza, per incuria.
E’ capitato a me con una lettera importante della banca che conteneva il mio bancomat.
Salita in casa appoggio la spesa sul tavolo per organizzare lo smistamento.
Poi, sfinita, mi rilasso sul divano, per una mezz’ora, ozio puro, sguardo al  soffitto, pensieri nomadi, più che mai.
Dopo cena, talvolta, vado in un piccolo bar, vicino a casa, che ha la wifi  (e di cui vi parlerò in altro post)

e mi bevo un caffè freddo alla nocciola con latte di soia, a volte accompagnato da una fetta di torta al cioccolato, vegan. E resto finchè il locale non chiude, alle 23. E’ a 100 metri da casa e non ho paura a tornare a piedi da sola. Mi è capitato di collegarmi , a ore assurde (italiane) con Flavia via skype  in video e di farle vedere gli avventori del locale, tra cui un poliziotto che l’ha salutata oppure con Alberto e chattare e ridere come matti.
Per lui, da casa, nessun problema ma per me, in un bar, il timore che mi venissero a prendere a sirene spiegate, vedendomi ridere  sonoramente guardando uno schermo,  è sempre stato in agguato.
Naturalmente scherzo, perché nessuno ti giudica e ci si sente liberi di agire come si desidera.
Arrivata a casa mi preparo per andare a dormire ma, prima di addormentarmi, leggo qualche pagina di “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer. L’ultimo pensiero è per l’indomani che, pur  con alcuni programmi fissi,  mi riserverà sempre delle sorprese.
Questa è New York e io la amo alla follia.

2-Continua
Il numero 1 lo trovate qui


Perché sono a New York?


Già, perché sono a New York?
Ve lo racconto mentre ascolto, dal Mac, Charlie Parker in “I walk alone.
La risposta spontanea,  alla domanda, è perché  New York rappresenta gran parte di ciò che amo ed è in un  paese che vanta la più lunga democrazia del mondo.
Amo il jazz, l’arte, le cose introvabili, la cucina vegan, le stranezze, gli artisti di strada, le librerie e i negozi di musica fornitissimi, i magazzini aperti fino a tardi o 24 ore, lo shopping, i grattacieli bellissimi,   il melting pot e tante altre cose che New York non risparmia.
Questi motivi hanno rappresentato la ragione necessaria ma non sufficiente a farmi volare  fin qui.
Nonostante abbia un’occupazione di quelle definite sicure, il classico posto fisso in un ente pubblico (il sogno di molti, la mia dannazione), ho sempre provato un certo fastidio verso le regole imposte  da quel tipo di lavoro, ritenendolo un limite, non solo alla mia creatività ma anche alla mia autonomia, valori fondamentali per alimentare la motivazione e, di conseguenza, il massimo della resa.
Ma, avendo una figlia piccolissima da mantenere, ho dovuto, inevitabilmente, cercare un lavoro che, a fine mese, mi desse la garanzia di un’entrata certa.
All’epoca di cui parlo era ancora possibile avere un lavoro a tempo indeterminato.
Gli interessi che ho coltivato al di fuori del lavoro mi hanno salvata, fortunatamente, dal grigiore  della routine e da un  insidioso disorientamento.
Nonostante ciò, gli ultimi due anni sono stati talmente tormentati da rendere urgente una decisione.
Alzarmi al mattino per andare al lavoro era una tortura, la giornata lavorativa era un’inquietudine costante, il fastidio sempre in agguato.
Dovevo staccare dal lavoro ma starmene a casa non mi bastava.
Volevo qualcosa di forte, trascinante, pulsante, indimenticabile.

Avendo l’hobby  di creare gioielli artigianalmente,  tanto da organizzarmi in casa un minuscolo laboratorio, mi ero messa in testa di approfondire certe tecniche e impararne di nuove. Dove?
A New York, naturalmente!
Ottenevo  tre piccioni con la classica fava: staccavo radicalmente, imparavo o approfondivo nuove tecniche di gioielleria, miglioravo il mio inglese.
Ho cercato tra le riviste americane di gioielleria cui sono abbonata una scuola a New York.
Ho trovato quella che faceva per me.
Ho coinvolto la mia meravigliosa famiglia che mi ha appoggiata totalmente, mio marito Seb  che mi ha incoraggiata pur sapendo che sarebbe rimasto solo per molti mesi, ho chiesto ferie, aspettativa, ho chiesto il visto all’ambasciata americana, ho cercato un appartamento a Manhattan, mi sono iscritta alla scuola.
Ho descritto un anno di tempo nelle ultime tre righe.
Vi racconterò,  in un  prossimo post, la mia giornata newyorchese.
A voi è mai venuta voglia di staccare? Lo avete realizzato?

1 – Continua…


La valigia

Preparare  la valigia ascoltando  John Coltrane in “Impressions – 1961”  è senz’altro più lieve visto che, almeno per me,  è una vera impresa. Non solo per quanto riguarda il contenuto da decidere ma anche la…forma da dare.
E’ un’arte quella di preparare la valigia tanto che sul web si trovano numerosi siti che danno suggerimenti ai viaggiatori.

Durante i primi viaggi, in valigia mettevo mezza casa.  La riempivo di tutto, di oggetti, attrezzi e ammennicoli che,  non solo non avrei mai usato ma di cui non ne  ricordavo la presenza.
La spiegazione,  credo, sia elementare: volevo avere con me una certa sensazione di familiarità, di sicurezza, che solo le cose di uso quotidiano mi trasmettevano.
Per quanto riguardava i vestiti, cacciavo in valigia tre quarti di armadio pensando che ogni cosa mi sarebbe stata utile. Mi immaginavo  una serata,  una cena in un locale elegante,  un tuffo in piscina,  qualche ora in palestra.
Quindi, abito elegante,  un bel tacco, un costumino da bagno, una tuta da jogging, un paio di sneakers.
E anche in quel caso, riportavo a casa metà roba. Niente serate,  nessun tuffo.  E  nessuna ora in palestra!
Ah, i pattini! Mi portavo i pattini a lama d’inverno e i pattini in linea d’estate….

Ora viaggio leggera, quasi troppo. Per questo soggiorno a New York, pur attraversando tre stagioni (sono partita ai primi di giugno, che era primavera e rientro a ottobre, che sarà autunno) mi sono portata pochissime cose.  Ho dovuto correre a comperarmi un paio di scarpe da pioggia!
Anche questa volta, quindi,  ho sbagliato. Insomma, non riesco mai a trovare il giusto equilibrio.

Inoltre, la  disposizione della roba in valigia, per me è un incubo.  Metto tutto alla rinfusa,  raggomitolato, direi in maniera alquanto dissennata. Fortunatamente c’è Seb, mio marito  che, pazientemente, svuota la mia valigia,  la riempie con criterio e me la consegna perfetta.
Voi come ve la cavate? Se avete suggerimenti da dare, non aspetto altro!


In viaggio….

Era da un po’ che pensavo di scrivere le mie esperienze di viaggio su un quaderno. Per me.
Per rileggermi nel tempo e rivivere certi momenti del passato. Avevo iniziato a far scorrere la penna sui fogli, cosa che continuo a fare sul quaderno che porto sempre con me.
Poi ho pensato che alcuni racconti e immagini potessero interessare ed essere condivisi.
Ed ecco che  oggi 4 luglio 2011, a New York è nato il mio  blog.
Ascoltando  Charlie Parker in “Now’s The Time”.
Per me la vita è un viaggio, non è solo uno spostamento da un luogo a un altro.
Io viaggio anche quando parlo con un amico: è un viaggio nei sentimenti e nelle emozioni, verso il noto e l’ignoto.

Viaggio quando ascolto la mia musica preferita, il jazz, quando preparo una ricetta vegan, quando creo i miei gioielli, per hobby.
Io viaggio sempre.
Questo, nella rete delle reti, è il mio primo racconto di  viaggio e ho voluto proprio iniziarlo con una giornata importante per l’America, paese che amo e in cui, per ora, vivo: l’Indipendence day, giornata dal significato importante ed essenziale.
La mia mente e il mio cuore sono rivolti anche a persone importanti  e fondamentali della mia vita, senza le quali il mio pensiero non sarebbe nomade ma tristemente fermo come un perno.
Innanzitutto al compagno della mia vita, la sostanza della mia vita, mio marito Seb, con cui condivido ogni momento, anche in lontananza, come ora. Senza di lui il mio pensiero sarebbe stato dolorosamente statico, immobile allo stesso punto di partenza.
Alla mia  insostituibile famiglia, alla mia amatissima figlia Barbara, ai miei  adorati nipotini Tommaso e Andrea, a Dario, mio genero, di poche parole ma efficaci e sempre attento.
Al silenzio  impenetrabile di Lidia, la mia mamma, al suo quotidiano viaggio verso l’ignoto con lo sguardo fisso che comunica, a suo modo, amore e  alla devozione di Marisa, sua sorella.
E a Mercury, il mio gatto.
Ma non non sarei quella che sono se, in viaggio, non avessi incontrato, nel web,  un sito di ricette vegan a cui devo parte del mio cambiamento, in positivo, della mia vita, a cui devo il fatto di essere qui a scrivere e a raccontare.  E non solo perchè sono diventata  più brava a cucinare vegan.
Ma soprattutto perché ho incontrato delle persone  con cui condividere certe scelte,  bellissimi momenti intensi e vibranti che hanno arricchito e continuano ad arricchire il mio viaggio.
Un grazie speciale a Cesare, amico carissimo,  che mi ha dato dei  buoni  suggerimenti per impostare correttamente il blog.
Visto che oggi è il 4 luglio e sono in America, pubblico qualche foto che ho scattato questa mattina…

La pelosetta si chiama Princess Grace

Bancarella patriottica

Coppia orgogliosissima di farsi fotografare