Archivi del mese: luglio 2011

Dedicato al popolo Rom

Vi narro un episodio che ho vissuto ieri. Ve lo racconto ascoltando la musica di Alexian Santino Spinelli, musicista rom e docente universitario di cultura rom.
Ieri ho ricevuto una mail (da una persona conosciuta bene), una delle solite “catene di s. antonio”, in versione estiva, che esortava a prestare attenzione su alcuni comportamenti criminali mascherati da richieste di aiuto, ai danni di ignari automobilisti.
Questa persona ha agito di polpastrelli e pancia, senza usare troppo la testa…
Insomma, le solite bufale estive che, forse, celeranno anche parziali verità o, meglio, realtà un po’ romanzate.
Mentre  leggevo le prime righe pensavo che avrei potuto anche inoltrare questa storiella a poche persone con il commento “che creativi questi malviventi!”
Ma quando ho letto la frase “le bande di malviventi, i Rom e i ladri stanno escogitando vari stratagemmi”  ho avuto un impulso di disgusto e ho subito risposto a questa persona dicendo che associare un’Etnia, tra l’altro ricca di storia e che ha subito odiose persecuzioni e deportazioni, a malviventi e ladri, lasciando intendere che siano solo sinonimi, era qualunquismo puro, una categorizzazione molto pericolosa.
Era come scrivere “le bande di malviventi, afroamericani e i ladri…” oppure “le bande di malviventi, napoletani e i ladri…” e gli esempi sono infiniti.
Certo, i malviventi vanno puniti, indipendentemente dal gruppo di appartenenza.
Far coincidere un’Etnia al concetto di criminalità e/o ricondurre la criminalità a un’Etnia è veramente inaccettabile. E non ci sto.
E’ altrettanto inaccettabile questa superficialità o, peggio, questa convinzione, da chi si fregia (o millanta?) di avere strumenti culturali, senso critico, capacità di discernimento e invece è vittima di pregiudizi e stereotipi.

L’immagine è la bandiera internazionale dei Rom. I colori blu e verde rappresentano, rispettivamente, il cielo e la terra e la ruota indica il continuo peregrinare. La ruota è presente anche sulla bandiera indiana da cui trae origine questa popolazione.
Qui un’intervista a Santino Spinelli trasmessa da RaiUno .

E questo post è dedicato agli zingari, ai gitani, ai nomadi, ai rom.


Nostalgia…


Sto ascoltando “Come Foglie” di Malika Aiane e la dedico a mio marito Seb che è a Milano, mentre io sono qui, a New York, sola da quasi due mesi, se escludo i primi giorni con lui e la visita di Barbara.

Già, la nostalgia.
Il termine, pur derivando dal greco (νόστος= ritorno eάλγος= dolore), i greci non lo conoscevano. Il sostantivo è stato  coniato, nella seconda metà del ‘600,  da un medico svizzero  che rilevava un certo stato d’animo, una sorta di malinconia, nei soldati costretti a stare lontani da casa.  Successivamente il termine ha acquisito un’accezione più ampia, quella che usiamo noi oggi,  di rimpianto, di anelito, di  desiderio intenso e disatteso, di dolore dell’anima.
Ecco, è  il sentimento che mi pervade da oggi, da quando  ho saputo che, forse, mio marito, per problemi di lavoro indifferibili e non delegabili,  non potrà venire a trovarmi e stare qui 20 giorni con me, come programmato, con biglietto aereo già in mano.
La scuola chiude per due settimane e avevamo pensato di fare un giretto di qualche giorno tra il Connecticut e il  Rhode Island, a 150 miglia (240 km) da New York.
Ma non è per la mancata vacanza che soffro. Soffro perché ho nostalgia, forte, e la tecnologia, che sicuramente aiuta, non mi basta più.
Non ho voglia di tornare a Milano che non mi manca per niente. Potrei dire che qui ho trovato l’America.
Ma mi manca la tangibilità dell’affetto, la percezione dei sentimenti attraverso gli occhi, i gesti, gli sguardi. Mi manca mio marito che accarezza da vicino la mia anima tormentata, che la sa rasserenare, che la sa capire e  placare. Che sa dissetare la mia arsura.
E’ vero, ho scelto io di venire qui  sapendo che sarei stata sola molti mesi in una città sotto molti aspetti difficile, in una città che ti rapisce, che ti dà tanto, che ti ruba l’anima, a 6000 km di distanza, con un oceano in mezzo.
Altri mesi da sola sono una dura prova.

Mi hanno sempre insegnato che tutti siamo utili ma nessuno è indispensabile.
Pare non sia così.


The bean coffee&tea


Fa  un caldo pazzesco, un’afa incredibile, 102° Farenheit che, convertiti in Celsius, fanno 39°C.
Un’aria ferma, soffocante, che impone di fare pochi movimenti per non soccombere, che fa bere in continuazione e  più si beve più si berrebbe.
Fortunatamente ho trovato questo delizioso bar a un passo da casa, dove vado a riparare, godendomi a piene mani tutta l’aria condizionata diffusa anche se, col caldo che fa fuori, il locale a fatica riesce a rinfrescare. In ogni caso preferisco stare qui piuttosto che a casa dove il corpo interno dell’apparecchio dell’aria condizionata (che è un tutt’uno con il corpo esterno)  fa un rumore assordante, sembra un trattore con la marmitta bucata. Tanto vale tenerlo spento e venire qui, in questo bel bar con la wifi, a scrivere al Mac, mangiare una bella fetta di torta vegan, guardare gli avventori, leggere, scrivere, ascoltare buona musica diffusa e pensare. Il tempo che trascorro qui non è mai meno di 3 ore e mezza- 4 ore anche con un solo caffè small ($2.25) senza che nessuno ti guardi storto o ti faccia cenno di consumare ancora qualcosa…oltre alla sedia e alla corrente della batteria.

Innanzitutto l’indirizzo:
The bean coffee&tea – 49 1/2 First Avenue (sì, proprio 49 e mezzo!) – New York, NY 10003
E’ all’angolo con la 3rd street – (East Village)
Il locale è aperto tutta la settimana fino alle 23. Il venerdì e il sabato chiude alle 2 di notte.

Ecco Allie, una delle ragazze del bar, sempre sorridente e disponibile. Non tutte sono come lei ma, anche se le altre sono meno sorridenti, sono sempre gentili.
Il bar ha libero accesso ai cani, sempre numerosi, di piccola e grande taglia, e ha a disposizione, gratis, un barattolo di biscottini per cani a forma di osso. All’esterno c’è una grande bacinella di acqua sempre fresca.
Pur essendo un bar conventional, ha una buona selezione di torte, muffin e brownie vegan.

Qui, in vetrina si vedono: la peanut butter cheesecake e la pineapple upside down (assaggiate)

Ecco la red velvet che non ho ancora assaggiato

Il locale visto da fuori

Tutte le bevande con latte possono essere preparate con il latte di soia

Un altro colorato cartello

Il bar dispone anche di computer, a pagamento, per chi è sprovvisto di uno proprio.


Questa  è la consumazione  che ho davanti mentre scrivo ed è la mia cena: la torta vegan all’ananas e un caffè alla nocciola, large con latte di soia.  Ho strafatto, questa volta.
La torta è un po’ troppo stucchevole e dolce per i miei gusti. La musica diffusa ora è un vecchio pezzo: It’s a heartache” cantata da Bonnie Tyler.  E mai titolo fu più ad hoc, “E’ un’angoscia”, visto che ho appreso proprio qui, poco fa,  della morte di Amy Winehouse, grandissima artista dall’anima dannata e che ho avuto la fortuna di ascoltare a un concerto all’Alcatraz  di Milano, nel 2007.
Grandissima Amy, RIP.


Semifreddo al tofu e lamponi


Ed ecco una ricetta! Da consumare ascoltando Patti Smith, la sacerdotessa e poetessa del rock in “Frederick“,  dedicato a suo marito.
Purtroppo mi sono persa il concerto, pure gratis, che  c’è stato  a Castle Clinton, in Battery Park (la punta sud di Manhattan). Ho letto l’annuncio sul New York, solo l’indomani.
Vigoroso pezzo “Frederick”, come questo semifreddo, ideale per queste giornate  newyorkesi umide e caldissime dove l’afa non dà tregua.
E nei prossimi giorni sarà peggio.
La ricetta non è farina del mio sacco ma è tratta dal libro Vegan dessert di Hanna Kaminsky.
E’ un bellissimo libro, con molte belle foto.
Rispetto alla ricetta del libro, ho evitato di aggiungere il liquore al caffè perchè non mi andava di comperarlo per poi non usarlo più.
E’ rapidissima da fare e gli ingredienti sono assai facili da trovare.

Ho dimezzato le dosi rispetto a quelle del libro che prevedeva 8-10 porzioni.

  1. 350 grammi di  Tofu (la ricetta parla di Extra firm silken tofu – si tratta di un tofu morbido ma compatto)
  2. 1/2 cup  di zucchero di canna
  3. 1/2 teaspoon di estratto di vaniglia
  4. 1/8 di cup di latte di cocco
  5. 12o grammi di cioccolato fondente  sminuzzato (io ne avevo 100)
  6. 1/2 Tablespoon di olio (la ricetta parla di canola oil – io ho messo margarina perchè avevo solo olio evo che si presta poco per un dolce per via del suo sapore troppo deciso.)
  7. 1 1/2 Tablespoon liquore al caffè (che non ho messo)
  8. 1 pizzico di sale
  9. 1 cup di lamponi

Il procedimento è di una semplicità disarmante (più lungo da descrivere che da realizzare)

  1. Mettere nel mixer il tofu e ridurlo in crema.
  2. Aggiungere lo zucchero e la vaniglia.
  3. Scaldare il latte di cocco nel forno a microonde per 1 minuto (io l’ho fatto perchè qui ho il microonde ma a a casa, a Milano, non ce l’ho e chi come me non ce l’ha può benissimo farne a meno e usare il metodo bagnomaria).
  4. Aggiungere nel latte di cocco la cioccolata sminuzzata e l’olio (o la margarina) e mescolare finchè non sia tutto ben amalgamato.
  5. Aggiungere il latte di cocco con la cioccolata e l’olio nel mixer (dove c’è il tofu).
  6. Aggiungere il liquore al caffè e il sale.
  7. Lasciare da parte  pochi  lamponi per un tempo successivo.
  8. Mettere la crema di tofu in una ciotola e aggiungere i lamponi (la parte più abbondante) mescolando delicatamente per evitare che i lamponi si spappolino.
  9. Tasferire il composto in un contenitore  di silicone (la ricetta prevede un contenitore da plumcake 24×12 circa, assai grande per le dosi dimezzate che ho utilizzato. In ogni caso, non disponendo del contenitore suggerito, ho utilizzato una ciotola di vetro foderandola con una pellicola per rimuovere facilmente il contenuto).
  10. Mettere il semifreddo in freezer per 6 ore finché non si solidifica. Se si lascia più di 6 ore, va tolto 15 minuti prima di consumarlo.
  11. Servirlo con i lamponi lasciati da parte.

Veramente una delizia, che mi sono mangiata da sola in 2 giorni!

L’ho accompagnato con una nuvoletta di panna soyatoo spray anche per nascondere quell’orribile disegno sul piatto.


Giornata newyorkese (feriale)


Come inizia la mia giornata newyorkese feriale? Innanzitutto inizia con un brano di jazz dal Mac.
Ascoltando il sax di Branford Marsalis trio in “Cherokee” mi preparo per raggiungere l’indirizzo della foto di apertura.
Tralasciando le normali attività quotidiane del dopo risveglio, che tutti compiono,  indugio sulla prima piacevole azione della giornata: la colazione.

Non è tutti i giorni uguale ma, spesso, un fresco frullato di fragole, preparato con latte di soia,  è un piacevole inizio, specie in queste giornate calde.
Ma non mi fermo qui perché  per me la colazione è un vero rito, irrinunciabile.
Mi è difficile, infatti, capire coloro che fanno colazione al bar.
Continuo con fette di pane tostato, spalmato di ricotta di soia autoprodotta e marmellata di mirtilli.
Una mug di caffè  aromatizzato  alla vaniglia o alla nocciola (preparato con la moka)  e allungato con un po’ d’acqua bollente è il tocco finale.
Successivamente mi collego a skype per salutare Seb, mio marito o Barbara, mia figlia.  Le 6 ore di fuso non ci consentono grandi possibilità di scelta di orari. Sto con loro una mezz’oretta e parlare con loro mi fa iniziare  bene  la giornata.
Preparo lo zainetto con le cose necessarie per la giornata lunga fuori casa, senza dimenticare la schiscetta (per i non milanesi: è il pasto preparato a casa che si porta, in un contenitore, al lavoro).
Qui mi sbizzarrisco:
Riso con tempeh e fungo portabella grigliato e un involtino di cavolo verde (collard) con riso. Mi fa ridere chiamarlo portabella ma sulla confezione c’è proprio scritto così:
Comunque, al di là del nome, è buonissimo.
Mi piace talmente tanto che a volte la mia schiscetta è questa:
Un veg-hamburger con lattuga, cipolla, pomodoro  e ketchup  contenuto in due funghi invece che nel classico bun.
Ma anche il calzone (autoprodotto) fa parte dei menu da schiscetta:
Mi sono inventata una variante, nell’impasto, aggiungendo un bel cucchiaio di concentrato di pomodoro e un cucchiaino di origano. La farcitura: ricotta alle erbe (autoprodotta) e pomodoro.
Pronto lo zainetto, esco di casa, un appartamento che si trova all’East Village.
Questo è l’atrio
E questo il portone
Mi dirigo verso la fermata dell’autobus e,da quando salgo, osservo.
New York è  veramente una città per curiosi come me. Anche l’autobus è un buon punto di osservazione.
Questo è un passeggero speciale, pure un po’ vanitoso. Si è messo in posa.
Nel tragitto, ancorchè brevissimo, da casa alla fermata, continuo a osservare e può capitare che incontri anche

cani in versione micro
o in versione macro.
Durante il tragitto, da casa al centro, impiego il doppio del tempo necessario perchè mi fermo a fotografare, osservare, annotare. In continuazione.
Qualche giorno fa ho incontrato questo ragazzo che fissava l’interno di un cartone.
Incuriosita, mi sono fermata a chiedergli di che si trattasse.
La risposta è stata questa.
Mi ha raccontato di essere canadese, in partenza di lì a poco per il suo paese, di aver trovato questo gattino abbandonato, di averlo raccolto, nutrito e di volersene occupare portandolo in Canada in auto (forse in aereo avrebbe qualche problema).  Gli ho raccomandato di non abbandonarlo mai.
E’ stato un piacevole  incontro che non dimenticherò.

Mi capita anche di imbattermi in un set televisivo.
O di vedere, sui trampoli, una ragazza che si riposa.
O una ragazza che, passando davanti a un musicista, si mette a ballare.
Ma il tempo corre veloce e io devo andare al mio corso di gioielli a cui tengo tantissimo.
Un ritardo di 10 minuti costa un quarto di  giornata di assenza. Durante il corso si possono fare al massimo tre giorni di assenza.  Questo è il regolamento. E questa  è l’America che mi piace.
Quindi mi affretto per arrivare puntuale.

Arrivo alla sede della scuola e saluto Charles, il ragazzo addetto alla security.
Prendo l’ascensore e, controllando sempre l’orologio,

arrivo all’ingresso del centro che si trova al terzo piano di un edificio della Midtown, sulla 31esima.
Entro in aula, ancora vuota….
….che di lì a poco si riempie

Il mio banco –  1 Il mio banco – 2
Si comincia a lavorare – La fusione
La zona saldatura
Compagna di corso alla saldatura
Stampo di un gioiello
Alle 13 è l’ora della pausa. Con la mia lunch box  esco e scelgo un’area tranquilla. Può essere questo giardinetto, di fronte alla facoltà di medicina della NYU, sulla 28esima
oppure  quest’area attrezzata e libera di fronte a Macy’s, sulla 34esima.
Alle 14  rientro in aula, puntuale…
….per una spiegazione alla lavagna o per continuare il progetto in corso.
Alle 17  “suona la campanella” ma mi fermo sempre 30-40 minuti in più, visto che è concesso, per portarmi un po’ avanti. Trattandosi di lavori, talvolta difficili, da eseguire con pazienza, a volte mi capita di sbagliare.
Una saldatura fatta male, per esempio, può rovinare il lavoro di un’intera  giornata. E  allora devo rifare tutto. E la quantità dei progetti  la  devo rispettare se voglio la certificazione finale.
Senza tralasciare la qualità. Qui le raccomandazioni non esistono.  E la mia certificazione  sarà per merito.
Tornando a casa me la prendo un po’ più comoda, non avendo orari da rispettare, nemmeno quelli dei negozi che qui sono aperti fino a tardi 7 giorni su 7, a volte 24 ore. Anche questa è l’America che mi piace.
Vado a fare la spesa da Whole Food in Union square che è sulla strada di casa.
Compero prodotti sfusi
ma anche confezionati come questi
o questi.
Riprendo l’autobus per tornare a casa
con le borse della spesa.
Vedo una Ducati e, anche se non è come la mia, è sempre arte in movimento e la fotografo.
Passo davanti al portone dove c’è sempre questo bel gattino.
Mi imbatto nei pompieri in azione
In una signorina sui trampoli. Come farà a camminare?
In un carrettino di bibite e pretzel.
Arrivata a casa controllo la cassetta della posta. Il metodo di organizzazione delle cassette  e di recapito non è come da noi dove c’è una feritoia nella quale il portalettere inserisce la corrispondenza.
Qui non ci sono feritoie (come si vede dalla foto in alto dell’atrio).
Le cassette sono chiuse e, all’esterno, non c’è il nome ma il numero dell’appartamento. Il nome è all’interno della cassetta. Strano, vero?
Il postino apre la cassetta (evidentemente con un pass, altrimenti dovrebbe girare con una valigia di chiavi) e inserisce  la posta.
Se il mittente non scrive il numero dell’appartamento, il postino non sa dove inserire la posta e, di conseguenza, è costretto ad appoggiarla sopra le cassette. Non tanto a malincuore, credo.
Infatti, può anche capitare che, pur essendoci l’indirizzo completo, il postino lasci la posta  appoggiata sulle cassette, per negligenza, per incuria.
E’ capitato a me con una lettera importante della banca che conteneva il mio bancomat.
Salita in casa appoggio la spesa sul tavolo per organizzare lo smistamento.
Poi, sfinita, mi rilasso sul divano, per una mezz’ora, ozio puro, sguardo al  soffitto, pensieri nomadi, più che mai.
Dopo cena, talvolta, vado in un piccolo bar, vicino a casa, che ha la wifi  (e di cui vi parlerò in altro post)

e mi bevo un caffè freddo alla nocciola con latte di soia, a volte accompagnato da una fetta di torta al cioccolato, vegan. E resto finchè il locale non chiude, alle 23. E’ a 100 metri da casa e non ho paura a tornare a piedi da sola. Mi è capitato di collegarmi , a ore assurde (italiane) con Flavia via skype  in video e di farle vedere gli avventori del locale, tra cui un poliziotto che l’ha salutata oppure con Alberto e chattare e ridere come matti.
Per lui, da casa, nessun problema ma per me, in un bar, il timore che mi venissero a prendere a sirene spiegate, vedendomi ridere  sonoramente guardando uno schermo,  è sempre stato in agguato.
Naturalmente scherzo, perché nessuno ti giudica e ci si sente liberi di agire come si desidera.
Arrivata a casa mi preparo per andare a dormire ma, prima di addormentarmi, leggo qualche pagina di “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer. L’ultimo pensiero è per l’indomani che, pur  con alcuni programmi fissi,  mi riserverà sempre delle sorprese.
Questa è New York e io la amo alla follia.

2-Continua
Il numero 1 lo trovate qui


Salve, piacere….un attimino

Mentre ascolto, dal Mac, McCoy Tyner  in “Impressions“, e i polpastrelli volano nervosamente sulla tastiera, sto pensando di creare due nuove categorie: i  Bocciati e i Promossi.
Inserendo modi di dire, comportamenti, situazioni, parole, abitudini, esperienze, modi di scrivere, gesti, errori.
Partendo dalla categoria invisa, quella dei  bocciati, forse perchè in questo periodo non le sento, penso ad alcune espressioni comunemente usate  che paragono, nell’abbigliamento, al modo di vestirsi di questo signore di una cinquantina d’anni, fotografato ieri al Chelsea Market.
E’ chiaro che ci si veste come si vuole  e si usano le espressioni o le parole che più ci sono familiari ma, lasciatemi sfogare: non le sopporto.

Cominciamo da “Salve!” – E’  una parola latina che deriva Salvere, star sano. Era usata dai latini sia come saluto di benvenuto sia di commiato.
Oggi viene usata per sgattaiolare dall’incertezza relativa al modo di porsi con l’interlocutore : confidenziale? deferente?
E a me non piace questa incertezza. Perché presuppone distacco, disinteresse, scarsa partecipazione. E quindi, o dico “Ciao” o” Buongiorno, buonasera”.

Piacere, Mario Rossi!  No no, non ci siamo. Mentre si stringe la mano (bella stretta, non una roba informe e molliccia, ma senza frantumare le falangi) si dice il proprio nome senza farlo precedere da altro, tanto meno da titoli accademici od onorifici.

Altre espressioni o parole (ma la lista sarebbe lunghissima) che proprio mi stanno indigeste, rendendomi irritante chi le pronuncia, sono:
attimino, piuttosto che, quant’altro, assolutamente sì, assolutamente no, a prescindere, portare avanti, contattare, a tappeto, come dire, buon appetito.

La lista, come dicevo,  sarebbe lunghissima e andrebbe ad aggiungersi a quella dei comportamenti  (a tavola, al cinema, per strada, in macchina, sui mezzi pubblici).
So di rendermi antipatica ma  qualche fastidio  è normale, credo. E  mi sono sfogata.
E voi, cosa non sopportate?

1 – Continua


Perché sono a New York?


Già, perché sono a New York?
Ve lo racconto mentre ascolto, dal Mac, Charlie Parker in “I walk alone.
La risposta spontanea,  alla domanda, è perché  New York rappresenta gran parte di ciò che amo ed è in un  paese che vanta la più lunga democrazia del mondo.
Amo il jazz, l’arte, le cose introvabili, la cucina vegan, le stranezze, gli artisti di strada, le librerie e i negozi di musica fornitissimi, i magazzini aperti fino a tardi o 24 ore, lo shopping, i grattacieli bellissimi,   il melting pot e tante altre cose che New York non risparmia.
Questi motivi hanno rappresentato la ragione necessaria ma non sufficiente a farmi volare  fin qui.
Nonostante abbia un’occupazione di quelle definite sicure, il classico posto fisso in un ente pubblico (il sogno di molti, la mia dannazione), ho sempre provato un certo fastidio verso le regole imposte  da quel tipo di lavoro, ritenendolo un limite, non solo alla mia creatività ma anche alla mia autonomia, valori fondamentali per alimentare la motivazione e, di conseguenza, il massimo della resa.
Ma, avendo una figlia piccolissima da mantenere, ho dovuto, inevitabilmente, cercare un lavoro che, a fine mese, mi desse la garanzia di un’entrata certa.
All’epoca di cui parlo era ancora possibile avere un lavoro a tempo indeterminato.
Gli interessi che ho coltivato al di fuori del lavoro mi hanno salvata, fortunatamente, dal grigiore  della routine e da un  insidioso disorientamento.
Nonostante ciò, gli ultimi due anni sono stati talmente tormentati da rendere urgente una decisione.
Alzarmi al mattino per andare al lavoro era una tortura, la giornata lavorativa era un’inquietudine costante, il fastidio sempre in agguato.
Dovevo staccare dal lavoro ma starmene a casa non mi bastava.
Volevo qualcosa di forte, trascinante, pulsante, indimenticabile.

Avendo l’hobby  di creare gioielli artigianalmente,  tanto da organizzarmi in casa un minuscolo laboratorio, mi ero messa in testa di approfondire certe tecniche e impararne di nuove. Dove?
A New York, naturalmente!
Ottenevo  tre piccioni con la classica fava: staccavo radicalmente, imparavo o approfondivo nuove tecniche di gioielleria, miglioravo il mio inglese.
Ho cercato tra le riviste americane di gioielleria cui sono abbonata una scuola a New York.
Ho trovato quella che faceva per me.
Ho coinvolto la mia meravigliosa famiglia che mi ha appoggiata totalmente, mio marito Seb  che mi ha incoraggiata pur sapendo che sarebbe rimasto solo per molti mesi, ho chiesto ferie, aspettativa, ho chiesto il visto all’ambasciata americana, ho cercato un appartamento a Manhattan, mi sono iscritta alla scuola.
Ho descritto un anno di tempo nelle ultime tre righe.
Vi racconterò,  in un  prossimo post, la mia giornata newyorchese.
A voi è mai venuta voglia di staccare? Lo avete realizzato?

1 – Continua…